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  • Trent’anni di silenzi sulla Villa Gerace

    Pubblicato il luglio 12th, 2018 Max Nessun commento

    Paolo Di Marco

    Enna è seduta sopra uno scrigno di diamanti e neppure lo sa”. Una provocazione lanciata qualche mese fa nel corso di una visita in città dal celebre critico d’arte Vittorio Sgarbi, che di provocazioni se ne intende davvero. Le sue parole però racchiudono una sacrosanta verità.

    L’intero territorio provinciale, e non solo il capoluogo, è configurabile come una sorta di immenso forziere colmo di gioielli che la comunità locale in larga misura sconosce. Monumenti, palazzi, quadri, reperti archeologici tutti non, o scarsamente, fruibili. Oggetti preziosi tenuti ristretti da decenni dentro magazzini ben serrati o in mano ai soliti furbi che hanno fatto parlare e non poco le cronache della stampa. Una ricchezza inestimabile con una forza attrattiva immensa che da sola potrebbe rappresentare il volano di sviluppo del territorio. In altri posti pochi arazzi, una qualche scultura, un monumento diventano magnifiche calamite per il turismo culturale. In provincia tiene banco invece l’arte della sapiente penalizzazione di ciò che esiste. E anche le opere d’arte che in altri musei hanno primeggiato per le visite, il riferimento principale neppure tanto velato è rivolto alla Dea di Morgantina, se custodite nell’Ennese diventano di scarso richiamo. Gli esempi sono talmente numerosi da costituire una sorta di appropriata letteratura.

    Ultima in tema di occasioni mancate è la Villa Romana di contrada Gerace in territorio di Enna. Qui si registrano sommate lentezze burocratiche a lentezze ben ricercate e ben armonizzate, basta segnalare i tanti anni perduti invano. Scoperta nel 1991, dopo ben 27 siamo ancora lontani dal prevedere un consono utilizzo culturale-turistico, considerato che le operazioni di scavo archeologico sono di fatto ferme all’ingresso della villa, precisamente alle cosiddette terme. E se questa è la tempistica che oggi prevale è facile immaginare la necessità di attendere secoli e secoli per completare l’opera di ritrovamento. E dire che chi di siti archeologi ne sa qualcosa sostiene che basterebbe un investimento di circa 10 milioni di euro per riportare alla luce l’intera Villa e farla diventare un polo di attrazione turistico-culturale davvero rilevante. Gli esperti sono concordi nel sottolineare l’importanza della Villa Romana Gerace, ma considerati i quasi trentennali ritardi, porsi la domanda “è davvero importante?” non è un giochino di atletica mentale.

    Sandro Amata

    E così il “gravoso dilemma” lo abbiamo spostato all’archeologo ennese Sandro Amata, attuale esperto del sindaco di Enna Maurizio Dipietro, per il quale sta curando pure la valorizzazione e la nascita del parco archeologico del Castello di Lombardia. “Dal punto di vista archeologico-storico – dice Amata senza alcuna esitazione – la villa possiede una valenza straordinaria. Ci ricorda quanto interessante fosse per l’Impero Romano il territorio ennese. La Villa Gerace è la gemella della Villa Romana del Casale di Piazza Armerina nonchè l’ulteriore testimonianza che proprio questo territorio era il granaio di Roma posto al centro del percorso che le merci dovevano affrontare provenienti dall’Africa per arrivare nel Lazio”. Le navi sbarcavano a Gela mercanzie e prodotti vari e poi attraversavano la Sicilia per ripartire verso la Caput Mundi dagli imbarcaderi di Tusa o Capo d’Orlando. Enna quindi snodo fondamentale dei rifornimenti per l’impero Romano. E la Villa Gerace costituiva un caposaldo importantissimo. “L’intero insediamento – continua l’archeologo ennese – si sviluppa in un’area di tre ettari e dentro la struttura abitativa. Gli scavi si sono fermati alle porte della Villa”. Insomma, grazie ad una lentezza esasperante, dopo quasi trent’anni, è venuto alla luce solo parte di ciò che sta fuori dal perimetro dell’abitazione signorile: un grande granaio, la fornace e le terme.

    L’ampia struttura però è ancora custodita dentro il cuore della terra e non c’è verso di fare smuovere badili, scope e cazzuole a enti o istituzioni per iniziare i lavori di escavazione. Una lentezza veramente inspiegabile; in molti conoscono l’importanza del tesoro custodito nelle viscere della terra ma nessuno provvede ad avviare con lena e decisione le operazioni di restituzione della villa alla vita della comunità. Dell’essenzialità del ritrovamento se n’è reso conto da tempo un archeologo canadese il professor Roger Wilson dell’università di Vancouver (Canada) che dedica, unitamente ai suoi studenti, un mese all’anno agli scavi. Tanta buona intenzione che però non coniuga tempo con mezzi adeguati. Non privilegia un progetto finalizzato a definire scavi con il preciso intento di riportare alla luce l’intera Villa. Non è possibile che un tale meraviglioso sito possa essere perimetro di scavi un solo mese l’anno e per di più senza rispondere ad una progettualità complessiva con un obiettivo unico e definito. Ben 27 anni di sole parole coniugate ad altre parole hanno mosso e continuano a muovere solo vento. Non solo, ma l’area ricade su proprietà private e parrebbe che la Regione si sia dimenticata perfino di esercitare il diritto di prelazione sui terreni interessati. Viene alla mente un vecchio detto molto famoso fra la gente di Roma, “a pensar male si fa peccato ma quasi sempre ci si azzecca”. E allora perché non mettere da parte i mille dubbi e domandare al presidente della Regione Nello Musumeci, al sindaco di Enna Maurizio Dipietro e a tutti gli altri enti o istituzioni deputati a ridar vita alla Villa Gerace cosa vogliono fare? Perché questo assordante silenzio? Perché la comunità non è messa a conoscenza rispetto l’esistenza o meno di un progetto volto a ridare luce alla villa? E le domande potrebbero continuare ma ci fermiamo qui in attesa di prime risposte. Un aiutino bisogna offrirlo. Anni fa venne scippato ad Enna un finanziamento di 30 milioni di euro necessari per iniziare i lavori della famosa scala mobile che doveva velocizzare il percorso tra la parte alta e la parte bassa della città. Il progetto venne bocciato dalla Regione ma con l’impegno di utilizzare tale somma sempre a favore del territorio ennese. Un impegno preso d’allora presidente della Regione Raffaele Lombardo che non rispondeva a nulla di personale ma ad un impegno istituzionale. E quindi oggi la comunità ennese può passare all’incasso e riscuotere in capo a chi guida adesso la Regione. Un modo semplice per risolvere il problema del finanziamento dei lavori. Sappiamo bene però di aver scritto di una pia illusione, la promessa fu fatta ma i soldi, prevedibilmente, sono scomparsi. Quindi meglio attivare altre vie. All’università Kore un invito. È noto quanto l’ateneo è interessato allo sviluppo culturale del territorio e quanto la presidenza, i docenti e i tecnici, insieme agli studenti, sono sempre pronti a profondere impegno per dare respiro ad importanti iniziative. Ebbene questo è un progetto che appartiene al novero delle meravigliose opportunità che una comunità può portare allo sconto con la storia. Uno studio universitario di spessore, e l’università Kore ne è veramente capace, avrebbe il pregio, intanto di risvegliare coscienze e menti assopite e potrebbe essere da base per un intervento risolutivo da parte della Regione o addirittura della Comunità europea. Il metro esatto di cosa perde ogni giorno la comunità ennese è dato da ciò che la Villa Romana del Casale riesce a regalare quotidianamente a Piazza Armerina: un richiamo continuo e straordinario per il turismo storico-culturale. Fa da contr’altare Enna che nel suo territorio possiede una gemella, fors’anche più prestigiosa paragonabile ai parchi archeologici di Agrigento e Selinunte, e non conosce neppure la sua pietra preziosa. Di questa ignoranza non c’è da stupirsi va a braccetto con numerose altre negligenze. Un esempio? Il museo Alessi è chiuso e i suoi gioielli ben custoditi in magazzini che sommano alla rinfusa e dentro oscuri scatoloni le testimonianze del passato. Le malelingue sostengono pure, ma senza alzare la voce, che in questo caso manchi addirittura un inventario trasparente e assolutamente certo di quanto in possesso. Di sicuro non c’è da mettere la mano sul fuoco su un’asserzione tanto grave, ma i pettegolezzi si sommano e quindi vanno riportati. E quanti barbari attacchi continua a subire il poderoso Castello di Lombardia sempre meta di turisti interessatissimi che rimangono sbalorditi all’assenza di un biglietto da pagare per visitarlo. Senza costi di entrata non ci sono incassi e non c’è manutenzione, o quanto meno è ridotta al minimo, con un spettacolo offerto di assoluto abbandono. Anche qui la storiella della lentezza che si ripete. Scavi iniziati da decenni e mai completati, erba alta per diversi mesi e opere che non vengono effettuate per mancanza di fondi. E se a volte qualcuno si ricorda del Castello proponendo lavori, questi malauguratamente lasciano tragiche cicatrici. Senza dire che ormai gli ennesi non ricordano più da quanti anni sono costretti a non passeggiare attorno all’antico maniero.

    Non ricordano neppure perché Euno continua ad essere cinto da barriere, le stesse che nel 136 a.C. riuscì a rompere e che oggi nel 2018 non c’è divinità alcuna in grado di farlo. Siti straordinari che potrebbero assicurare flussi turistici incredibili, con ritorni economici niente male, assolutamente dimenticati. Al contempo Sala d’Euno, per esempio, si dispera quotidianamente per regolamentare anche il respiro degli abitanti scordandosi di proporre progettualità di sviluppo degne di questo mondo. Un’ultima notizia, gli scavi hanno indicato il nome della famiglia latifondista proprietaria della Villa Gerace: “Philippianus”. Indicano pure nella fine del IV secolo e inizi del V secolo d.C. la presenza della struttura. Un particolare importante per continuare la ricerca, la famiglia proprietaria è conosciuta mentre dopo oltre cento anni ancora non si sa nulla degli antichi possessori della Villa del Casale. E’ anche noto che nei tre ettari di Villa Gerace probabilmente venivano allevati cavalli da destinare alle esigenze dell’Impero Romano. Dentro il perimetro grandi sale custodivano grano, era in funzione pure un centro artigianale ed erano a disposizione anche le terme. “Ripeto – conclude l’archeologo Sandro Amata che ha collaborato agli scavi di Villa Gerace e che per il Comune si è pure occupato della valorizzazione del Decreto di Entella – il sito possiede una valore inestimabile a livello storico-archeologico e riportarlo alla luce rappresenterebbe una sorta di panacea culturale ed economica per l’intera provincia”. E c’è poco da riflettere, pensate all’offerta di un pacchetto turistico che preveda la visita alla Villa del Casale, Villa Gerace e alla Dea di Morgantina unita alla presenza in altri monumenti. Un tour che se gestito bene garantirebbe l’avvio di un turismo stanziale e non più mordi e fuggi. Capisaldi importantissimi per attrarre visitatori qualificati e interessati a scoprire altre meraviglie dell’Ennese. Presidente Musumeci, sindaco Dipietro, non un’accusa ma un appello: basta col grande e imbarazzante silenzio su Villa Gerace, la comunità chiede un indirizzo ben preciso per riportarla alla luce e offrirla alla fruizione ennese prima e mondiale poi.

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