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  • Tra i modelli la Kore di Enna, coi suoi ospiti eccellenti…

    Pubblicato il marzo 1st, 2008 Max Nessun commento

    di Davide Carlucci – Repubblica 28/02/2008
    Di lì’ a pochi giorni sarebbero arrivati i più grandi dispiaceri della sua vita. Prima la condanna per favoreggiamento, poi le dimissioni per la foto con i cannoli. Amarezze che Totò Cuffaro non avrebbe mai immaginato la mattina del 20 dicembre quando, ancora potente governatore della Sicilia, salì in cattedra all’università Kore di Enna.
    Creative Commons License photo credit: Grazia Bucca

    Fu lui a tenere la “lezione magistrale” sui sessant’anni dell’assemblea regionale siciliana. Un ritorno ai begli anni della gioventù, quando, studente di Medicina, conobbe Giacoma Chiarelli, sua futura moglie e madre dei suoi figli. Quella mattina anche lei era lì, ma non in qualità di first lady bensì di docente in “Malattie dell’apparato cardiovascolare” alla facoltà di Scienze motorie.
    In un modo o nell’altro molti, nella curiosa università siciliana, hanno un piede nella politica. Insegna economia Elio Rossitto, condannato nel 1999 per tangenti. In quello stesso processo fu assolto, invece, il suo futuro rettore, l’ex ministro socialista Salvo Andò, investito di quella carica da due nomi di spicco della ricerca accademica: il presidente della provincia, Cataldo Salerno, e Mirello Crisafulli – già inquisito e poi assolto per concorso esterno in associazione mafiosa – entrambi del Partito democratico, entrambi nel consiglio d’amministrazione dell’università.
    Per otto volte Andò ha tentato di entrare nella Crui, la conferenza nazionale dei rettori, per altrettante è stato respinto. Dopo una battaglia finita anche in parlamento – Giorgio Benvenuto ha denunciato l’ostracismo dei magnifici in un’interrogazione – ora ce l’ha fatta. Ma già a maggio 2007, in pieno blocco dei finanziamenti agli atenei, la Kore è riuscita a ottenere un finanziamento da 300mila euro, grazie a un emendamento presentato proprio da Crisafulli, membro della commissione bilancio della Camera.
    L’università ennese, del resto, è un trampolino di lancio per figure come Fabio Cintioli, già capo di gabinetto dell’ex presidente del Senato Marcello Pera – nonché ex segretario generale dell’Autority sulla concorrenza – che dopo aver vinto il concorso bandito per lui dalla Kore è stato chiamato dalla San Pio V di Roma perché – è scritto nella motivazione – “i nuovi ordinamenti della Kore, approvati dal ministero, non contemplano il settore disciplinare” per il quale è stato bandito il concorso. Ma alla Kore hanno tenuto le loro lezioni magistrali anche Fausto Bertinotti e Vincenzo Visco. E nel corpo docenti sono transitati Vittorio Sgarbi e persino il ministro degli Esteri maltese, Michael Frendo (a Malta è legata anche la Link University dell’ex ministro Vincenzo Scotti, dove insegna Andò).

    La Kore è un modello di università che si va affermando. Per i suoi legami con i potentati locali – in questo le fa concorrenza l’iperfinanziato (come sa la Corte dei conti) ateneo di Bolzano, dove il consiglio d’amministrazione, nominato in maggioranza dalla Provincia, è targato Sudtiroler Volkspartei, – e per l’originalità dei suoi corsi di laurea, ad esempio sulla “Archeologia mediterranea”. Il suo successo? Tante missioni all’estero – dalla Turchia alla Spagna – e convenzioni con gli enti locali per riconoscere come crediti formativi gli anni di lavoro: l’ateneo siciliano ne aveva stipulata una persino con l’Aci, l’Automobile club italiano. Fino a quando il ministro Fabio Mussi si è messo di traverso e ha detto stop alle convenzioni.
    Ora si teme che la proliferazione folle delle università stravaganti – arginata, almeno in parte, da Mussi – torni a dilagare. Con Luigi Berlinguer prima e con Letizia Moratti poi, s’è compiuta infatti la più grande mutazione genetica della storia dell’università italiana: i corsi di studio sono diventati 3264, le facoltà 545 e hanno sede nei posti più incredibili. A Locri, a Bressanone, a Ozieri, a Bracciano: i comuni che ospitano almeno un corso sono passati da 196 a 251 in sette anni. Il record è della Lombardia: le sedi sono 39, tra cui due paesini della Val Camonica.

    Esiste anche una “università diffusa” dell’Iglesiente. Ora è riuscita persino a sdoppiarsi: una nuova sede è spuntata da poco a Carbonia, in controtendenza rispetto ai tagli chiesti da Mussi, 1000 corsi in meno da Palermo a Firenze, da Bologna a Venezia, da Bari a Torino. In Sardegna l’eliminazione degli atenei sotto casa provoca rivolte: Claudia Lombardo, consigliere regionale di Forza Italia, si è spesa contro la chiusura del polo di Monteponi, voluta dalla Regione. E nella facoltà di Lettere di Cagliari c’è chi propone progetti per “scrittori e poeti”, “presentatori e annunciatori”.

    L’offerta formativa, in questi anni, è esplosa in una pioggia di denominazioni che vanno dalla “scienza della produzione e della trasformazione del latte” dell’università di Milano, sede di Crema, alle “Scienze per la pace” di Pisa, dalle “Scienze del fiore e del verde” di Pavia alle “Scienze e tecnologie del fitness” di Camerino. Fino alle “Scienze e tecniche equine” di Parma, alle quali si contrappongono le “Scienze dell’allevamento, igiene e benessere del cane e del gatto” dell’università di Bari.
    Tre studiosi dell’università di Salerno – Salvatore Casillo, Sabato Aliberti e Vincenzo Moretti – si sono dati la pena di censirli tutti in un libro (“Come ti erudisco il pupo”). E hanno scoperto che il corso di “tutela e benessere dell’animale” di Teramo prepara – è scritto nei documenti ufficiali – “un professionista dalle approfondite competenze teoriche, pratiche e tecniche, capace di mettere in atto e divulgare un corretto management dell’animale e una corretta comunicazione uomo-animale”. Ritenendo Brindisi una capitale dell’editoria, si è pensato bene di istituire lì “Scienze e tecniche dell’industria culturale”: gli iscritti sono 23.-


    Mai come ora pare ci sia bisogno di corsi per “scienziati della gastronomia”. Ne ha attivato uno anche l’università telematica Unitel di Milano, misteriosa creatura partorita nelle ultime ore del suo ministero da Letizia Moratti. Approvata il 10 maggio del 2006, l’Unitel si definisce “università telematica internazionale” a carattere privato ma legalmente riconosciuta. Siamo andati a visitare la sua sede: tre piccole stanze in fondo a un lungo corridoio di un palazzo a due passi dall’aeroporto di Linate.
    Prima di arrivare, abbiamo chiesto un appuntamento telefonico – il numero risulta intestato all’università Statale – per sapere del corso di “Scienze della nutrizione e della gastronomia”. “È un’ottima scelta – assicura la segretaria – la nostra sede è nello stesso palazzo che ospita i laboratori del Cnr. Disponiamo dei migliori esperti di formaggi. E possiamo dare un inquadramento sia di tipo storico che di tipo futurista dell’alimentazione”.

    In effetti in via Fantoli, nel palazzo che ospita la Unitel, gli uffici del consiglio nazionale delle ricerche, organismo dal quale proviene Luigi Rossi Bernardi, assessore all’innovazione del comune di Milano e per anni suo braccio destro della Moratti al ministero, ci sono. “Può iscriversi anche domani: la quota è di 7500 euro per tre anni”, ci spiega la segretaria, che insiste molto sulla serietà e il rigore dell’offerta formativa.
    “Possiamo anche monitorare il tempo che lei dedica alle lezioni”. Come? “Calcoliamo le sue ore di connessione”. Se poi uno rimane per cinque ore in collegamento e nel frattempo gioca a tressette con gli amici, nessuno lo può escludere, in linea teorica. Gli iscritti non sono tantissimi – “non abbiamo ancora fatto comunicazione” – e poche lezioni si possono davvero seguire on line. “Le altre dobbiamo caricarle”.
    Insomma è proprio, come dice lei, “l’università del futuro”, in tutti i sensi. Eppure gli investitori non sembrano degli sprovveduti: tra i soci dell’Unitel figurano la Tosinvest, la società degli Angelucci, i re della sanità privata, che detiene il 60 per cento delle quote, e la Mediolanum comunicazione, società del gruppo Fininvest, proprietaria dell’8 per cento. Ci sono quote anche di Claudio Cerruti, del Cnr, e di Gloria Saccani Jotti, ordinario di patologia clinica a Parma ma anche componente della segreteria tecnica del ministro Moratti: era proprio lei occuparsi a dello sviluppo delle università telematiche.
    E si sono sviluppate, eccome: in Italia ce ne sono 11. Come gli atenei “reali”, si sono duplicati in sedi distaccate, come la Unitelcal calabrese, gemmata dall’Unisu, a sua volta legata a “Universitalia”, istituto privato per la preparazione agli esami universitari. Mussi ha cercato di dare una stretta, imponendo un regolamento che preveda, per esempio, un numero minimo di docenti propri e non presi in prestito dalle strutture pubbliche, come fanno un po’ tutte, a cominciare dalla Universitas mercatorum promossa dalle Camere di commercio.
    Ora il business potrebbe riprendere a fiorire. Nell’accademia virtuale, del resto, si ritrovano docenti che non contano più come una volta nelle università in cemento e muratura. Alla “Giustino Fortunato” di Benevento è trasmigrato da Bari il costituzionalista Aldo Loiodice – il teorico della “cooptazione” come metodo di selezione dei docenti – o come l’ex prorettore Francesco Dammacco. Le inchieste della magistratura che hanno sconvolto il sistema dei concorsi baresi, però, sono arrivate anche lì: il pm Francesca Romana Pirrelli indaga sul dottorato di ricerca in “diritti umani, globalizzazione e libertà fondamentali”, vinto da Marianna Colarusso, socia della Onlus che ha fondato l’ateneo e figlia del titolare della società che fornisce le attrezzature per i collegamenti a distanza.
    Le università telematiche, inoltre, puntano sulle nuove leve: la Guglielmo Marconi di Roma, per esempio, ha nominato ordinario, nel 2004, l’allora sessantottenne Learco Saporito, all’epoca sottosegretario alla funzione pubblica nel governo Berlusconi. Ma anche qui, niente di strano: sui ventimila ordinari italiani solo otto hanno meno di 35 anni. E quasi tutti sono figli d’arte. Come Giovanni Perlingieri, figlio di Pietro, il giureconsulto più potente del Sud: è stato editore, parlamentare, notaio, caposcuola di diritto privato, preside e rettore di diverse facoltà e ora è anche nei vertici della scuola per la magistratura di Benevento, nomina al fotofinish di Clemente Mastella prima del suo addio al ministero della Giustizia.
    In nome dell’autonomia le università hanno prodotto le più spericolate acrobazie. In alcuni casi rischiando di farsi male, com’è successo al rettore di Macerata, indagato per aver utilizzato la legge per il ritorno dei cervelli in fuga per far rientrare il geografo triestino Aldo Colleoni, di 61 anni, in nome di un improbabile gemellaggio con l’università mongola di Ulan Bator. Anche qui la stravaganza ha una spiegazione: il pretesto culturale sono i rapporti che un tempo legavano missionari marchigiani come Matteo Ricci e l’Estremo Oriente, sul piano finanziario una “sponsorizzazione” di 800mila euro da parte di una società bolognese, la General trade.

    La deriva disneyana delle università, negli ultimi anni, ha prodotto di tutto. Può una laureata in Lingue insegnare a Medicina? Certo, se si parla di Maria Grazia Albano, che insegna storia della Medicina a Foggia. Suo padre, Ottavio, è stato per anni ordinario a Bari e ha fondato il Ciasu, un centro internazionale di studi universitari tra gli ulivi secolari di Fasano, con un piano industriale che prevedeva quattro specialità: una scuola superiore di formazione della pubblica amministrazione, un centro di ricerche per l’ambiente e il territorio, una scuola di formazione per manager e quadri aziendali e una scuola superiore di formazione per danzatori. Idee chiare.

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