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  • Solo lo Stato può legiferare sulla gestione del servizio idrico

    Pubblicato il Novembre 20th, 2009 Max 2 commenti

    di Massimo Greco
    Le competenze comunali in ordine al servizio idrico, sia per ragioni storico-normative, sia per l’evidente essenzialità di questo alla vita associata delle comunità stabilite nei territori comunali, devono essere considerate quali funzioni fondamentali degli enti locali, la cui disciplina è affidata alla competenza esclusiva dello Stato in materia di funzioni fondamentali dei Comuni (art. 117, secondo comma, lettera p, Cost.).

     

    2 responses to “Solo lo Stato può legiferare sulla gestione del servizio idrico” Icona RSS

    • E’ corretto rispettare la Costituzione più volte calpestata nel nostro paese.
      L’acqua non si tocca!
      Ma naturalmente Enna è la prima a privatizzarne la gestione!
      Vorrei conoscere i termini esatti di questa privatizzazione ma naturalmente l’ente ennese non si cura della trasparenza…nessun sito internet o che sò io!

    • L’ACQUA NELL’ERA DEL PROFITTO

      La Camera rovescia la normativa europea e privatizza il servizio idrico nazionale
      la discussione in plenaria presso la Camera dei Deputati sul decreto-legge di applicazione delle direttive europee non ha riservato alcuna sorpresa. Perfettamente nei tempi previsti e con una linearità ed una compattezza della maggioranza esemplari, i rappresentanti del popolo a Montecitorio hanno messo la parola fine alla lunga diatriba sulla privatizzazione dell’acqua.
      Con un solo articolo, due giorni di discussione in Commissione e tre in plenaria, i Deputati della Repubblica hanno sancito, con 302 voti favorevoli e 263 contrari, l’obbligo per tutti gli organismi locali di ottemperare alle normative europee che impongono l’affidamento dei servizi pubblici alle aziende private. Servizio idrico compreso.
      Tutto questo nonostante l’Unione Europea non abbia in nessuna occasione deliberato alcun obbligo che imponesse la privatizzazione del servizio idrico.

      Tutto il contrario.

      Risultano emblematiche in questo senso le due risoluzioni europee dell’11 marzo 2004 e del 15 marzo 2006, entrambe incentrate sul diritto universale all’acqua per tutti i cittadini europei (e non solo) e sull’esclusione della gestione delle risorse idriche dalle norme sul mercato interno.Non sono state ritenute altrettanto significative dall’esecutivo italiano, che si è spinto con estrema rapidità verso la totale privatizzazione del servizio idrico integrato. Due soli articoli (il 23-bis della legge 133 del 6 agosto 2008 ed il 15 del decreto-legge approvato in via definitiva), discussi a distanza di 15 mesi, costituiscono il fulcro del nuovo principio legislativo che considera l’acqua un bene al servizio del mercato.A difesa del provvedimento del governo viene chiamata in causa la celebre direttiva Bolkestein (dal nome del Commissario Europeo olandese autore del provvedimento), la maxi-legge europea che apre (obbligatoriamente) ai privati per la fornitura dei servizi pubblici a rilevanza economica.Una difesa che crolla nella lettura degli articoli 2 e 17.
      Il primo consente di escludere dal processo di liberalizzazione i servizi che ogni governo ritiene siano privi di interesse economico. Una scelta che il governo italiano, con Prodi prima e con Berlusconi poi, non ha mai operato.
      Il secondo articolo è meno discrezionale, ed esclude esplicitamente ed inderogabilmente il servizio idrico dal campo di applicazione della direttiva.
      Ciò nonostante, le normative europee non sembrano aver fatto breccia oltre le Alpi e così, lo scorso anno, nel disinteresse complessivo anche della stampa nazionale oggi così attenta al tema in discussione, il parlamento approvava la legge del governo 133/08. I punti chiave dell’articolo 23-bis:

      Affidamento dei servizi locali a privati attraverso gare pubbliche d’appalto;
      Possibilità di affidamento ad aziende pubbliche previa dimostrazione delle “peculiari caratteristiche economiche, sociali, ambientali e geomorfologiche che impediscono il ricorso al mercato” e previa approvazione dell’AGCM (Autorità Garante del Commercio e del Mercato);
      Riconoscimento della proprietà pubblica delle infrastrutture all’interno di una distribuzione privata.
      Oggi il nuovo provvedimento, strutturato come una circostanziata modifica a quanto approvato più di un anno fa:
      Possibilità di concessione del servizio in via esclusiva a società con capitale misto anche senza gara d’appalto, ma con semplice scelta su libero mercato del socio privato, che dovrà detenere almeno il 40% della partecipazione aziendale;
      Annullamento dei contratti di affidamento alle ditte pubbliche in tutto il territorio nazionale entro il 31 dicembre 2011;
      Il ministro Ronchi ha difeso questa sua creatura, invocando l’obiettivo di “combattere i monopoli” e fornire “servizi migliori a prezzi minori”.
      Eppure la legge non contrasta la natura intrinsecamente monopolistica del servizio, ma bensì esclude soltanto le società pubbliche dalla gestione, generando, previa pubblica gara d’appalto, nuovi monopoli privati, incaricati di gestire in autonomia servizio e tariffe.
      Il ministro Brunetta conferma parola dopo parola la posizione del collega Ronchi, aggiungendo la sua personale critica all’attuale affidamento del servizio idrico per oltre il 90% dei casi a ditte municipalizzate (definite “conservatrici, fondamentaliste, amanti degli sprechi”).
      Il ministro, con tutta evidenza, sembra aver ignorato i rapporti annuali del Comitato per la vigilanza dell’uso delle risorse idriche (presentati periodicamente in Parlamento), che, lo scorso anno, su 107 aziende incaricate della gestione servizio idrico integrato, individuava solamente 64 aziende a totale partecipazione pubblica, per una percentuale inferiore al 60%.
      Le restanti: società con capitale misto o ditte esclusivamente private.
      Come quella a cui è stato affidato per una durata trentennale l’ATO di Palermo, dopo una gara d’appalto che ha visto partecipare una sola ditta. La vincitrice.
      Anche sulla questione delle tariffe i numeri presentati dal Comitato di Vigilanza non lasciano troppi dubbi: i prezzi a metro cubo erogato trovano i picchi massimi proprio in corrispondenza delle aziende private o a capitale misto (prevalenti nelle regioni “rosse” Toscana ed Emilia Romagna); 0,45-0,69 euro al metro cubo i prezzi dei primi due scaglioni tariffari in Emilia Romagna, 0,46-0,85 in Toscana, fino all’1,38 in una porzione del cuneese, dove opera la privata ALSE.
      I minimi tariffari caratterizzano le regioni Lombardia, Veneto e Abruzzo (0,22-0,40 in Lombardia, 0,28-0,42 in Veneto, 0,31-0,49 in Abruzzo), contraddistinte dalla presenza esclusiva delle “costose” (secondo il ministro Brunetta) società pubbliche.
      Quelle stesse società le cui spese salariali per i dirigenti sono 6 volte inferiori a quelle erogate dalle società a capitale misto o totalmente privato.
      E ad Enna le tariffe come sono????????


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