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  • Ritorna d’attualità il funzionamento democratico dei partiti politici

    Pubblicato il Novembre 13th, 2010 Max Nessun commento

    di Massimo Greco
    La crisi di governo è una realtà e le elezioni anticipate sono tutt’altro che un’ipotesi da scartare. In questa prospettiva i tecnici della politica sono già al lavoro per simulare scenari futuri di governi possibili e di maggioranze stabili. Compito difficile se il Presidente della Repubblica decidesse di sciogliere le Camere restituendo agli elettori la scelta dei nuovi rappresentanti del popolo italiano sulla base dell’attuale legge elettorale. Com’è noto, infatti, l’attuale legge elettorale – cosiddetta porcellum – assegna ai partiti politici la nomina dei parlamentari attraverso l’indicazione nelle liste elettorali di Camera e Senato dei candidati (e futuri eletti) sulla base di scelte curate esclusivamente da chi governa i partiti politici, con notevole alterazione dei principi a fondamento del suffragio universale consacrati nell’art. 49 della Costituzione. La democrazia interna nei partiti, nei sistemi elettorali a prevalente contenuto maggioritario, è divenuta quindi indispensabile per ristabilire l’effettività della sovranità popolare. Da qui l’esigenza di spostare l’asse dell’attenzione anche sul sistema valoriale e sui processi democratici interni ai partiti politici italiani. Ciò, in considerazione che, come ormai accertato in più di cinquant’anni, non corre buon sangue tra quanto previsto dalla Costituzione in ordine alle funzione dei partiti politici e l’applicazione delle regole interne ai medesimi. Difetti e vizi che accomunano tutti i partiti politici italiani a partire da quelli più grandi. Il PDL è nato nel 2007 dalla somma di AN e Forza Italia, violandone nel contempo i rispettivi statuti. In casa AN, la fusione a freddo venne infatti decisa dall’assemblea nazionale e non dal congresso. Lo scioglimento di Forza Italia venne addirittura deciso in solitudine dal suo Presidente Berlusconi sul predellini di una Mercedes a San Babila. Quanto al PD, è stato battezzato nello stesso anno da un’assemblea di 2.858 delegati, ma l’anno dopo modificò il proprio statuto senza numero legale con solamente il 20% di presenti. Un’analisi del Prof. Augusto Barbera racconta iscrizioni fittizie, congressi fantasma, espulsioni illecite, votazioni truccate nelle seconda Repubblica al pari della prima.  

    Quali protagonisti indefettibili della vita politica ed istituzionale del Paese, i partiti politici godono di una sfera di attribuzioni costituzionalmente riservata e protetta. Le funzioni da loro svolte, oltrechè pubbliche, sono anche costituzionalmente rilevanti, perché trovano fondamento nell’art. 49 Cost.. Esse non possono quindi essere lese dall’autonomia, cosiddetta interna, riconosciuta ai partiti senza con ciò ledere il ruolo fondamentale che la Costituzione assegna agli stessi, considerati dalla Corte Costituzionale “organizzazioni proprie della società civile, alle quali sono attribuite talune funzioni pubbliche” (Corte Cost. ord. 24/04/2009 n. 120). I partiti politici sono infatti il principale, se non unico, strumento attraverso cui si esprime il pluralismo politico dei cittadini, i quali, loro tramite, possono partecipare quotidianamente alla determinazione della politica nazionale, attraverso “le elezioni e il funzionamento dei corpi rappresentativi…”(Tar Lazio sez. II° sent. 14/10/2009 n. 9895).

    Il ruolo fondamentale svolto dai partiti nel procedimento elettorale assume quindi natura non solo pubblica ma anche costituzionale perché costituisce la principale modalità di esercizio del ruolo attribuito ai partiti dall’art. 49 Cost. (“Non varcate quella soglia”, di Savatore Curreri, 18 aprile 2006 e “I partiti politici davanti alla Corte Costituzionale”, di Armando Mannino, 3 maggio 2006 in Forum di Quaderni Costituzionali). I partiti, quindi, concorrono alla formazione e manifestazione della volontà popolare e sono strumento


    fondamentale per la partecipazione politica e democratica. Le funzioni attribuite ai medesimi nel procedimento elettorale – deposito contrassegni delle candidature individuali e di lista, raccolta firme, selezione delle candidature, presentazione delle liste, campagna elettorale, applicazione della par condicio – costituiscono l’unico modo costituzionalmente possibile e legittimo perché nelle odierne democrazie rappresentative il popolo possa esercitare la propria sovranità, cioè per “raccordare”, come dice la Corte Costituzionale (Ordinanza n. 79/2006) democrazia e rappresentanza politica. Più recentemente la medesima Corte Costituzionale ha affermato che “Tale libertà associativa trova, del resto, nel momento elettorale la più genuina e significativa espressione, in modo che sia garantita per gli elettori <<la possibilità di concorrere democraticamente a determinare la composizione e la scelta degli organi politi rappresentativi>>” (Corte Cost. sent. 15/07/2010 n. 256).

    Peraltro, proprio in relazione a tali funzioni i partiti godono di finanziamento pubblico. In tale contesto non è in conferente evidenziare che l’Italia ha il primato europeo di paese con i costi più elevati della politica: 295 milioni l’anno contro i 130 della Germania, gli 80 della Spagna, i 75 della Francia e i 4 della Gran Bretagna dove il finanziamento pubblico è riconosciuto solo ai partiti politici d’opposizione).

    Orbene, l’organizzazione interna dei partiti non può essere indifferente nelle relazioni giuridiche e la giustiziabilità di talune pretese si profila sullo sfondo dell’attività dei partiti. Non si tratta (tanto) di riproporre le vessate questioni circa il  controllo pubblico (id est: amministrativo alla stregua della disciplina legislativa) sui partiti, ma di “leggere” le relazioni tra singolo e associazioni privilegiate valorizzando le logiche proprie del diritto comune dei rapporti interprivati, il quale non a caso si impernia sulla tutela delle posizioni soggettive e – di conseguenza – sui poteri del giudice “L’ammissione del cittadino ai partiti: osservazioni a margine del caso Pannella”, di Donato Messineo, in liberalfondazione.it).

    Appare, quindi, più che pertinente affermare con viva voce che il confronto annunciato sulla legge elettorale, al quale tutti si dicono apparentemente disponibili, prevedesse anche interventi legislativi per tutelare e favorire quel <<metodo democratico>> nella vita interna dei partiti prescritto dall’art. 49 della Costituzione. Questione che ancora oggi, guarda caso, trova indisponibili i partiti politici italiani, a differenza dia altre realtà europee come Spagna e Germania in cui esiste da tempo una legge che regola i processi interni ai partiti.

    In assenza di un’organica disciplina legislativa del problema, attuativa del citato art. 49 Cost. è di tutta evidenza come l’effettiva possibilità, per i cittadini, di conoscere con metodo democratico a determinare la politica nazionale abbia necessità di una serie di garanzie che investono anche vicende interne ai partiti politici ed in questa linea interpretativa, è quasi superfluo richiamare la giurisprudenza che ha ammesso l’impugnazione da parte del singolo aderente anche delle determinazioni assunta dai partiti politici per violazioni di disposizioni di legge o di statuto (tra le tante si veda, Trib. Roma, 18/08/2001), anche con riferimento alla possibile esclusione dell’associato o alla stessa utilizzazione del nome o del simbolo del partito (Trib. Roma, 21 marzo 1995). Il rimedio comunemente ritenuto esperibile, in caso di violazioni in materia, è quello quindi quello ordinario dell’art. 700 c.p.c., mediante l’inibitoria, richiesta al giudice ordinario dagli interessati (candidati od esponenti del partito ingiustamente pretermessi, oppure semplici elettori), della presentazione delle liste o di candidati, in violazione delle norme statutarie, anche con richiesta di eventuale sospensione e rinvio della consultazione elettorale od esclusione della lista interessata. Inoltre, tenuto conto che, come illustrato, i partiti ricevono prevalentemente finanziamenti statali, svolgono compiti pubblicistici e sono comunque già oggi per lo più tenuti, dalle rispettive norme (per ora solo) interne, a seguire procedimenti di tipo amministrativo, è ipotizzabile anche l’esperibilità della tutela cautelare dinanzi i Tribunali Amministrativi Regionali (“La democrazia interna dei partiti”, di Sergio Santoro, in Giustizia-amministrativa.it).

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