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  • Riflessioni sul bilancio di previsione degli enti locali

    Pubblicato il marzo 8th, 2009 Max Nessun commento

    di Matteo Cocchiara
    La scadenza ormai prossima per la formazione dei bilanci 2009 è un’occasione per gli enti locali per una approfondita e seria riflessione sulla condizione della finanza locale e sullo stato di attuazione della riforma federalista dello Stato. La finanza locale è sempre più contrassegnata dalla politica dello Stato centrale protesa a costanti maggiori tagli alla spesa e che non si accorge che i Comuni non sono da considerare “centri di spesa”, bensì motori di sviluppo dei territori, che abbisognano pertanto di risorse per contribuire a mettere in moto l’economia. Ed in questo freno alla spesa si è voluto nel contempo far apparire l’amministratore locale quale il dilapidatore delle risorse pubbliche e quindi il vero responsabile dello spreco, cui si è voluto porre rimedio tramite addirittura una massa di interventi legislativi che hanno mirato a ridurre al massimo persino il c.d. “costo della politica”, ma solo quella locale, come se riducendo il costo delle indennità e dei gettoni di presenza ai consiglieri comunali si risolvesse il problema delle difficoltà finanziarie dello Stato e della funzionalità della pubblica amministrazione, in un momento in cui il fenomeno della recessione e della crisi dell’economia reale è ormai globale.
    E’ importante mettere in evidenza che rispetto ai sacrifici richiesti dallo Stato per ottenere un fattivo contributo al risanamento dei conti pubblici, con un uso tuttavia limitato della leva fiscale (che è progressivamente scesa nel periodo 2004/2007 secondo l’ultimo rapporto Ifel) e con un costante ridimensionamento della spesa pubblica, oggi gli enti locali non vengono premiati dal Governo centrale.
    Anzi quest’ultimo risponde con le recenti manovre finanziarie riducendo l’autonomia tributaria locale, una fra tutte l’Ici sulla prima casa e senza ancora certezze sulla compensazione ( e quindi imponendo di fare un ricorso più massiccio alla spesa) e non considerando la necessità dello sviluppo con i tagli agli investimenti.
    Altra considerazione da fare a tal proposito è che la spesa di Comuni, Province e Regioni non è cresciuta rispetto alle nuove funzioni nel frattempo loro trasferite, mentre quella dei Ministeri è aumentata in presenza di funzioni più ridotte rispetto al passato.
    Ed invece manca un discorso chiaro sulle risorse da riconoscere ai Comuni, per i quali invece i consistenti tagli alle loro entrate prodotti dalle annuali leggi finanziarie oggi mal si coniugano con l’attuale condizione della finanza nazionale ed internazionale, caratterizzata da ultimo dal grosso tema posto dalla recessione, cui per legge d’economia dovrebbe farsi fronte con l’aumento dei consumi e degli investimenti in un momento in cui invece sono accese solo “luci rosse”.
    Trattasi di una crisi che non è solo economica, ma soprattutto culturale e sociale ed i cui effetti, a dire degli esperti, si faranno sentire a lungo.
    Ed ancora la formazione dei bilanci 2009 dovrà tener conto sul fronte delle entrate:
    1. del minor gettito dell’ICI sui fabbricati rurali, di recente risolto in favore di un giusto aiuto agli agricoltori;
    2. la opportunità che le aliquote delle addizionali comunali all’Irpef non vengano aumentate in considerazione delle difficoltà finanziarie delle famiglie di fronte alla congiuntura che avanza (soprattutto nei piccoli Comuni);

    Sulla base anche delle superiori considerazioni, la situazione dell’attuale sistema di finanza locale può essere così sinteticamente raffigurata:
    • con un Governo che da un lato propone il federalismo e dall’altro nega le risorse per metterlo in pratica;
    • con le norme sul Patto di Stabilità che impediscono ai Comuni di spendere quelle poche risorse che hanno in bilancio per gli investimenti, proponendo di contro di dare loro ( e solo chiaramente per quelli che ne hanno) la possibilità di conteggiare ai fini dei saldi utili 2009/2011 le entrate da alienazioni patrimoniali.

    Per programmare lo sviluppo ( ed i Comuni ne sono diventati fra i pochi motori) occorre fissare regole stabilmente valide e non con continui aggiornamenti di una storia infinita; la scelta dell’autonomia finanziaria dei Comuni ed una regolamentazione certa con risorse adeguate.
    Rispettare le regole del patto di stabilità ( e sono quasi tutti gli enti in regola !) significa comunque ridurre la spesa e quindi diminuire servizi per i cittadini, tranne che non si effettui una compensazione delle risorse.
    Occorre invece allentare i vincoli del Patto di Stabilità, il cui risultato potrebbe essere indirizzato verso quegli interventi che possano produrre positivi ed immediati effetti economici e sociali, quali programmi in favore degli enti locali di interventi infrastrutturali, di edilizia popolare e di ammodernamento delle strutture (vedi, per esempio, scuole ed edifici pubblici da mettere in sicurezza).
    Ed inoltre è necessario che siano da considerare irrilevanti l’indebitamento proveniente da oneri sostenuti dallo Stato e dalla Regione,da quello legato ad interventi obbligatori in edilizia scolastica.
    Infine sarebbe opportuno che la Regione (vedi in tal senso l’esempio del Friuli Venezia Giulia) eserciti la propria specialità adottando un “patto” che ben si attagli alla realtà dei propri enti locali.
    Pertanto il tema su cui in atto bisogna accentrare l’attenzione da parte del Governo e degli amministratori locali non è la semplificazione dei livelli di governo, bensì il modo in cui si riesce a garantire un livello accettabile di servizi ai cittadini, soprattutto nelle piccole realtà dove spesso l’ente, per carenza di strutture e fondi, fatica a svolgere il proprio ruolo istituzionale.

    Dobbiamo prendere atto che bisogna legare anche il tema di una nuova finanza locale (sulla spinta dei criteri di risanamento della finanza pubblica internazionale) ad un diverso rapporto relazionale fra Stato, Regioni e Comuni, in cui il progettato sistema di finanza federale è un cantiere ancora troppo aperto e su cui occorre superare le tante contraddizioni contenute nel DDL delega, soprattutto per quanto riguarda l’auspicabile sistema federale con riferimento, per esempio, all’autonomia impositiva degli enti locali.
    Occorre premettere che nell’attuale situazione politico-istituzionale non si può negare che “si naviga a vista” nel mondo delle autonomie, come anche nell’ambito del processo riformatore che dovrebbe attuare i principi della riforma del titolo V^ della Costituzione e che vede i propri capisaldi nel recente varo da parte di un ramo del Parlamento del DDL sul c.d. “Federalismo Fiscale” e nel “Nuovo Codice delle Autonomie”, che non è riuscito a vedere la luce.
    Ed a questo proposito occorre che ci interroghiamo se queste riforme sin’ora messe –


    in campo- ed oggi ancora solamente cartacee- potranno intervenire strutturalmente sul nostro sistema delle autonomie e se invero potremo vedere i loro effetti soltanto sul medio-lungo periodo.
    L’unico vero federalismo è quello che si basa sui municipi, garantendo loro autonomia di entrata e di spesa; nel contempo deve correlare il prelievo fiscale ed i benefici connessi ai servizi erogati nel territorio, oltre ad assicurare trasparenza ed efficienza legando questi principi a quello della responsabilità del pubblico amministratore.
    Occorre comunque sottolineare che diventerebbe in effetti “uno strano federalismo” quello che riduce le risorse dei territori invece di aumentarli, di certo secondo efficienza, capacità di gettito e responsabilità, fermo restando il ruolo di una sana e equa perequazione tra le diverse aree del paese.
    Ma se questa riforma federale era tanto attesa dagli amministratori, perché si pensava ad una formula magica che cambiasse ruolo e funzioni nello scacchiere istituzionale delle autonomie locali, oggi, a dire di costituzionalisti ed esperti del diritto amministrativo, quello che è stato approvato in prima lettura dal Parlamento viene definito “non la formula magica né la quadratura del cerchio”, in quanto non sono state esposte le cifre del federalismo fiscale che rappresenterebbero le sole ragioni per cui essere contenti di un cambiamento in positivo di un sistema che ormai da tempo è divenuto “centrale” nella vita dei cittadini.

    Finanziaria regionale

    Per quanto riguarda specificatamente la condizione della finanza regionale ed il suo ruolo rispetto ai trasferimenti agli enti locali per le funzioni trasferite ( per non parlare per quelle ancora da trasferire), occorre che si recuperino gli sprechi ad iniziare da quelli ormai evidenti della sanità e dei rifiuti, sui cui di recente la Corte dei Conti in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario ha espresso il suo pesante giudizio negativo.
    La stasi dell’azione del governo regionale su questi due tematiche è assolutamente non più accettabile, nella considerazione che i danni che provoca sul sistema della finanza regionale sono immensi e per ogni giorno di ritardo sono anche risorse in meno che si potranno trasferire agli enti locali per il funzionamento dei servizi e per la realizzazione degli investimenti ( ormai quasi vicino allo zero !).
    Il riflesso che l’attuale sistema di gestione dei rifiuti ha sulla condizione dei bilanci delle autonomie locali siciliane è immediato, stante che sono pochi ormai i Comuni che dalla enorme e costante dilatazione dei costi di detto servizio non hanno avuto minacciato e seriamente compromesso il pareggio del proprio sistema finanziario.
    Su questo aspetto i Giudici contabili hanno evidenziato la “inadeguata rappresentazione dei fatti finanziari, la mancata ed insufficiente raccolta differenziata, l’assunzione di personale in eccesso rispetto ai programmi industriali”.
    Da detta considerazione si ritiene auspicabile un ripensamento sull’impostazione da dare a quest’emergenza, magari facendo riferimento alla legge regionale n°10/2008 dell’Emilia Romagna che ha ridato in tema di gestione dei rifiuti urbani le funzioni ai Comuni !

    Ma a fronte della sempre crescente “centralità” degli enti locali, occorre che il Governo e l’ARS individuino una politica di finanza locale che abbia i requisiti della “certezza, della congruità e della tempestività nei trasferimenti agli enti locali”.
    Oggi soprattutto di questo hanno bisogno gli amministratori: celerità e certezza nei trasferimenti delle risorse ai Comuni ed alle Province.
    Ma ciò purtroppo non è sufficiente: infatti occorre nel contempo risolvere il problema della liquidità delle risorse giacenti nelle casse regionali, al fine di evitare che gli enti locali ricorrano alle continue e comunque necessarie richieste di “anticipazioni” ai propri tesorieri per far fronte alle esigenze quotidiane.
    Ed ancora, gli amministratori locali non possono più tollerare che alla ormai costante politica dei tagli da parte dello Stato si accompagni quella di una Regione che chiede ai Sindaci di essere virtuosi al fine di ricevere delle premialità nei trasferimenti, laddove il virtuosismo richiesto si traduca in definitiva nell’avere poi tanto quanto a stento basta ( oggi non si sa sino a quando !) per assicurare ai propri amministrati i servizi essenziali !!.
    Inoltre occorre sottolineare che gli strumenti finanziari cui oggi hanno accesso gli enti locali nella nostra regione abbisognano di diventare “celeri”, prevedendo quindi “seri ed incidendi fattori premiali d’attribuzione” e con priorità per quelli c.d. “minori” od appartenenti alle aree interne, incentivando per quest’ultimi quindi le gestioni associate in tema di servizi.
    Nei trasferimenti regionali si propone di utilizzare, quali nuovi criteri indicatori nell’attribuzione delle risorse ai singoli enti locali: – la popolazione, – il territorio, – la eventuale presenza di frazioni, – il costo del personale non eccedente i parametri del D.M. per gli enti dissestati, stante che in atto i criteri si riferiscono a condizioni datate e quindi non più attuali.
    E sempre in tema di finanza locale, poi, occorre rivedere i meccanismi di acquisizione delle risorse pubbliche per rilanciare gli investimenti sia con la realizzazione delle infrastrutture che con gli incentivi alle imprese per dar fiato all’occupazione, mentre sarebbe auspicabile che la Regione vincoli il 20% dei trasferimenti a Comuni e Province alla realizzazione di infrastrutture, magari restringendo la compartecipazione alla spesa sociale per farla gravare sempre più ai fondi della L.328/2000.

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