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  • Massimo Greco: “I fatti dicono altro”

    Pubblicato il dicembre 2nd, 2009 Max 1 commento

    Qui il testo delle controdeduzioni alla mozione di censura:

    Facendo seguito alla mozione di censura presentata l’1/12/2009 dai Consiglieri Provinciali che l’hanno sottoscritta, appare necessario, anche al fine di contribuire, quanto meno, al ripristino della verità dei fatti, precisare e contro dedurre quanto segue: Sui fatti
     Al punto 3 della mozione si addebita allo Scrivente di avere abbandonato i lavori del Consiglio unitamente ai Consiglieri del centro-destra, unicamente allo scopo di far mancare il numero legale. Tale affermazione risulta totalmente infondata. Il Sottoscritto infatti, come risulta espressamente dal verbale redatto dal Segretario Generale, non ha mai abbandonato i lavori, ma, al contrario, è rimasto in aula assieme ai Consiglieri di minoranza per constatare il venir meno del numero legale a seguito dell’uscita dei Consiglieri di maggioranza.

     Al punto 4 della mozione si censura il comportamento dello Scrivente che, a dire dei firmatari della stessa, avrebbe abbandonato l’aula “dopo che lo stesso ha richiesto ai consiglieri di minoranza una sospensione dei lavori, assicurando che comunque sarebbe rientrato in aula per garantire il numero legale e quindi la prosecuzione dei lavori”. Anche tale affermazione risulta infondata. Il Sottoscritto ha richiesto ai gruppi di maggioranza e di minoranza una breve sospensione dei lavori garantendone il rientro per continuare l’esame degli emendamenti in discussione. L’impegno, come risulta espressamente dal verbale di seduta,  è stato regolarmente mantenuto. Infatti, dopo appena 15 minuti di sospensione, lo Scrivente ha ripreso i lavori d’aula garantendo la prosecuzione dei lavori. Dopo aver completato l’esame degli emendamenti ed annunciata la discussione finale sulla manovra finanziaria, il Sottoscritto ha preso atto della sopravvenuta mancanza del numero legale a seguito dell’uscita dall’aula dei Consiglieri di maggioranza. Anche in questa seconda occasione, come risulta dal verbale, il Sottoscritto nella qualità di Presidente del Consiglio non ha affatto abbandonato l’aula consiliare. Inconferente risulterebbe l’argomentazione, peraltro non contestata nella mozione di censura, di non avere ripreso i lavori dopo essersi consumata l’ora di sospensione, trattandosi di questione apodittica e non rilevante ai fini istituzionali ma solo ed esclusivamente ai fini politici.

    Sul ruolo del Presidente del Consiglio

    In ordine al ruolo del Presidente del Consiglio di un ente locale, l’art. 185 dell’Ordinamento amministrativo degli enti locali nella Regione Siciliana approvato con legge regionale n. 16/1963 si limita a dire che “Chi preside le adunanze provvede a mantenere l’ordine, l’osservanza delle leggi e la regolarità delle discussioni e delle deliberazioni. Ha facoltà di sospendere e di sciogliere l’adunanza”. Statuti e regolamenti, nell’espressione dell’autonomia degli enti, disciplinano le restanti modalità di esercizio dei poteri e delle attribuzioni del Presidente del Consiglio.

    La figura concentra su di sè tutti i compiti di programmazione dei lavori consiliari, di coordinamento e tutela dei diritti dei singoli consiglieri, sia in seduta che al di fuori, variamente collegati con il minus (si veda Tessaro e Randelli, Organi e sistema elettorale, Maggioli Rimini 2001). “La funzione del Presidente non è strumentale all’attuazione di un indirizzo politico ma al corretto funzionamento dell’istituzione in quanto tale: essa è perciò neutrale, e, ferma la necessaria cautela nel richiamo all’ordinamento di organi costituzionali, analoga è la funzione dei Presidenti delle Camere, come consolidatasi nel tempo indipendentemente dalla provenienza politica e dalla maggioranza che li abbia eletti” (Consiglio di Stato, sez. V°, sent. n. 1983 del 25/11/1999). La finalità di direzione e coordinamento risponde, pertanto, ad esigenze di trasparenza, correttezza, autonomia degli Organi assembleari e del Sindaco (o Presidente della Provincia), controllo delle minoranze, come se il Presidente fosse un “primus inter pares”, affine alla figura dello speaker di stampo britannico, tant’è vero che la sua figura è stata paragonata, dalla dottrina, ad una sorte di mediatore tra le forze in campo, senza connotazione politica.

    La censura politica, (o la revoca nel caso di previsione statutaria e regolamentare dell’istituto) si giustifica nel caso in cui venga meno la neutralità e la correttezza della funzione supportata da una motivazione adeguata, (ossia ragionevole e consequenziale) in ordine ai presupposti. Orbene, non vi è chi non veda nella censura in questione la totale assenza dei presupposti per sviamento dei fatti citati in premessa. La censura si fonda infatti su presupposti errati perché inesistenti alla luce di quanto documentalmente dimostrato dal verbale della seduta, e cioè l’inesistenza di qualsiasi comportamento del Presidente del Consiglio volto ad abbandonare l’aula per far mancare il numero legale. Né risulta nella citata mozione alcun riferimento all’uso di poteri propri della funzione istituzionale per fini di parte politica durante i lavori d’aula.

    Altra questione è la sottesa e legittima motivazione politica della mozione. Tuttavia, non si può in questa sede non evidenziare che secondo un indirizzo ormai consolidato della giurisprudenza, le motivazioni a supporto di un atto di tale portata non possono che fare esclusivamente riferimento a parametri istituzionali e non ad un rapporto di fiduciarietà politica. A tal proposito, i Giudici Amministrativi hanno avuto modo di rilevare che in relazione alle funzioni istituzionali demandate alle cariche apicali dell’assemblea consiliare appare di dubbia legittimità la cessazione in termini di controllo politico che mal si attaglia alle prerogative e alle funzioni tutorie e di garanzia demandate a tali organi (cfr. in tale senso Tar Palermo, sez. I n. 3025/2006 relativa alla legittimità di una norma statutaria che preveda tale facoltà). Il Presidente del Consiglio comunale, in quanto presidente di tutto l’organo collegiale, nella sua unità istituzionale e suo rappresentante, non è collegato ad alcuna parte politica e risponde solo del corretto funzionamento della istituzione, di tal che il provvedimento che lo revochi dal suo incarico può essere motivato solo con ragioni attinenti alla funzione, in quanto ne risulti viziata la neutralità o inadeguata la conduzione, ma non da ragioni di fiducia politica (cfr. Cons. Stat., Sez. V°, 25/11/1999, n. 1983). Alla stregua di tale principio il Consiglio di Stato ha ritenuto illegittima una delibera con la quale si revocava il Presidente del Consiglio comunale per mere motivazioni connesse alla fiducia politica. “La neutralità che contraddistingue la particolare funzione svolta dal Presidente del Consiglio comunale o provinciale può quindi dirsi venuta meno solo in relazione a violazioni (di legge, statuto o regolamenti) che siano: a) reiterate; b) gravi; c) ingiustificate e comunque ingiustificabili” (Giovanni Virga, commento a Tar Lecce, sez. I° sent. n. 408/2003, Giust.it). Più recentemente la Sez. V° del Consiglio di Stato ha accolto l’appello di un Presidente di Consiglio comunale sfiduciato “…tenuto anche conto che non risulta ex adverso dimostrata l’esistenza di inadempimento degli obblighi di servizio” (Cons. Stat. Sez. V° Ord. 18/07/2008 n. 3981). Analoga argomentazione è stata assunta dal Consiglio di Giustizia Amministrativa nella decisione n. 696 del 23/07/2008.

    Sul termine del 30 novembre previsto dal T.U.

     Al punto 6 della mozione si contesta il fatto che la mancanza del numero legale – determinata dallo Scrivente (?) – con il conseguente aggiornamento dei lavori rischiava di rendere nulli gli atti di variazione che il Consiglio era chiamato ad approvare entro il 30 novembre, creando nocumento all’Ente. A supporto di tale affermazione alcuni Consiglieri di minoranza hanno prodotto agli atti del Consiglio il parere della Corte dei Conti Calabria n. 58 del 12/02/2009 e la sentenza del Tar Lecce n. 2573 del 12/05/2006. Entrambi i supporti giurisprudenziali non soccorrono a favore della tesi sostenuta. La Corte dei Conti si è pronunciata nel merito della questione prospettata “limitatamente agli aspetti giuscontabilistici determinati dalla mancata trasmissione all’Organo consiliare, per la ratifica, dell’atto di variazione al bilancio di previsione 2008, adottato in via d’urgenza dall’organo esecutivo”. La perentorietà, cui fa riferimento il parere in questione, riguarda il necessario rapporto temporale del 30 novembre per le variazioni del consiglio e 31 dicembre per la ratifica delle variazioni adottate dalla giunta. Ipotesi che non sembra ricorrere nel caso in questione. Inoltre, la citata sentenza del Tar Lecce è stata riformata in appello dal Consiglio di Stato (Sez. V°, sent. n. 826 del 14/11/2006) che in ordine alla natura del termine del 30 novembre di cui all’art. 175 del D.Lgs n. 267/2000, nel ribaltare il risultato della stessa, si è così espresso: “Il meccanismo sollecitatorio previsto dall’art. 141, comma 2, mentre per un verso, porta ad escludere la natura perentoria del termine in questione, con connesso rischio di illeggitimità derivata degli atti che si fondino sulla deliberazione adottata in ritardo, per altro verso, elimina il rischio, anch’esso adombrato nella decisione, che al termine possa attribuirsi valore puramente indicativo”. La lettura sistematica della normativa sembra conforme al principio secondo cui, in assenza di una chiara ed espressa previsione normativa di segno contrario, va privilegiata un’interpretazione della disciplina che miri alla conservazione degli atti amministrativi ed alla possibile sopravvivenza dell’organo democraticamente eletto (Tar Lecce, sez. I°, Ord. 23/05/2007 n. 446).

     Pertanto, anche tale argomentazione a supporto della mozione risulta giuridicamente infondata. In disparte l’inconferenza della controversia sul punto, visto che la delibera di assestamento e variazione del bilancio è stata respinta dal Consiglio a maggioranza il giorno successivo.

     Tutto ciò precisato in fatti e contro dedotto in diritto, e rilevato che tra i firmatari figurano due Consiglieri Provinciali (Sutera e Faraci) che avevano contribuito all’elezione di questa Presidenza del Consiglio, il Sottoscritto si riserva ogni valutazione politica in merito. Ciò anche alla luce del fatto che trattandosi di mozione presentata al Consiglio Provinciale ai sensi dell’art. 53 del Regolamento consiliare, strumento strettamente connesso all’esercizio della funzione politica, la stessa, anche nel caso di approvazione, risulterebbe priva di alcuna rilevanza amministrativa.
     D’altra parte, con comunicato stampa del 30/11/2009, lo Scrivente ha ancora una volta messo a disposizione della coalizione di riferimento il proprio mandato qualora fosse utile al ripristino del necessario dialogo politico in seno all’ente Provincia.

     

    1 responses to “Massimo Greco: “I fatti dicono altro”” Icona RSS

    • Sono sicuro della tua serietà, ma di fatto la maggioranza di centro destra non si è mai amalgamata e non riesce a trovare un centro di stabilità per governare.
      Da uomo di destra spero, per il bene della nostra provincia, che si riesca a trovare il bandolo della matassa….lo scrivo ancora manca una leadership vera!
      Alla sinistra dico non strumentalizzate i fatti!


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