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  • L’Impresa sociale: il modello Oasi di Troina

    Pubblicato il agosto 6th, 2007 Max Nessun commento

    di Massimo Greco
    “Nascono i gruppi del non profit come holding che tengono le fila di una ragnatela di società; le fondazioni italiane si stanno configurando come gruppi strutturati, con diverse attività senza fini di lucro. Il privato sociale tende così le mani all’esterno, si avvicina al territorio dando risorse e costruendo progetti; allo stesso tempo si apre a soggetti nuovi, partner come università, istituzioni locali, entrando in contatto con la società civile” (Alessia Maccaferri, “Fondazioni, i grandi gruppi del no-profit”, Il Sole 24 Ore, 23/07/2005.). La crescente importanza economica e sociale assunta dalle organizzazioni non profit rappresenta sia un arricchimento delle varietà delle istituzioni economiche operanti sul mercato, sia una sfida per la dottrina, la giurisprudenza ed infine il legislatore, costretti a porsi il problema dell’iniziativa privata in chiave mutualistica e dello status del nuovo tipo di imprenditore rispetto a quello originario previsto dall’art. 2082 del codice civile, “sia una sfida teorica per l’economista: basti pensare al problema di allocazione efficiente di beni quali la fiducia, rilevanti per il funzionamento del mercato, ma per la cui produzione non abbiamo né un prezzo, né possiamo invocare l’intervento di un decisore pubblico” (Giulio Ecchia, “Imprese non profit ed economia di mercato”, Università di Bologna). Si avvertiva da tempo, infatti, l’esigenza di rispondere anche a diffuse domande del mondo intellettuale: “Siamo capaci di creare un altro tipo di impresa concorrenziale?! E anche: è possibile reggere la concorrenza al modo attuale mantenendo i caratteri sociali dell’impresa? E infine, l’impresa ha bisogno di tutte le libertà per sopravvivere in un’epoca di concorrenza sotto la cintura?”(Antonio Saccà, “Profitti e nuove povertà”, Il Secolo d’Italia, 09/01/2004). Sono queste le domande a cui ha trovato pratica risposta Padre Luigi Ferlauto nel fondare l’Oasi Maria SS. di Troina. L’impegno costante di un Sacerdote e di un gruppo di Volontari, animati dalla voglia di fare del bene in modo organizzato. Queste persone non hanno prestato il loro tempo solamente in modo personale, spontaneo e gratuito, senza fini di lucro ed esclusivamente per fini di solidarietà. Hanno fatto e preteso molto di più: hanno promosso una vera e propria organizzazione privata, in grado di esercitare, in via stabile e principale, un’attività economica di produzione e scambio di beni e servizi di utilità sociale, finalizzata a realizzare finalità di interesse generale. Con questi obiettivi che, nel caso dell’Oasi sono diventati realtà, Padre Ferlauto è riuscito a sperimentare un nuovo modo di fare impresa, che sottolinea almeno tre caratteristiche principali per l’analisi economica: 1) la natura privata di impresa, nonostante l’attività svolta abbia una rilevanza sociale. In quanto impresa, poi, si tratta di un’organizzazione stabile, che opera in un mercato (in particolare quello dei servizi alla persona), tipicamente con alcune regole di funzionamento interno, che riflettono l’obiettivo perseguito; 2) il vincolo di non distribuzione degli eventuali utili conseguiti. Gli utili conseguiti, infatti, sono da sempre reinvestiti per rafforzare il sistema Oasi e la sua capacità di conseguire gli scopi stabiliti secondo la mission programmata; 3) l’autogoverno, cioè l’assenza di controlli sia da parte di enti pubblici che da parte di imprese che perseguono il profitto, ciò per evitare di perdere la propria e peculiare natura istitutiva. “Tali caratteristiche rendono l’impresa sociale parte dell’economia civile” (Bruni e Zamagni, 2004). Il concetto di economia civile riprende l’impostazione di Adam Smith e dell’umanesimo civile italiano, che evidenziano l’importanza della fiducia e della moralità quali basi delle relazioni sociali e quindi fattori necessari per lo sviluppo del mercato e il suo funzionamento. Il modello Oasi, nell’anticipare di diversi decenni il legislatore italiano (legge n. 118/2005 istitutiva dell’Impresa sociale), ha contribuito ad animare il dibattito dottrinario e le dispute giurisprudenziali sorte in ordine alla questione se le associazioni o le fondazioni (sempre destinando gli utili alla realizzazione di scopi idealistici) dovessero svolgere eventuali attività imprenditoriali in via principale o anche soltanto accessoria per ottenere la qualifica di imprenditore.

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