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  • L’esame di Stato e il suo valore

    Pubblicato il agosto 29th, 2007 Max Nessun commento

    di Arturo Monaco
    Un’estate per riflettere e un po’ di tempo per capire. Anche se forse si è capito subito che gli Esami di Stato conclusisi nello scorso luglio altro non sono stati che il mal riuscito tentativo di dare a un esame così importante un valore che sembra invece sempre più diminuire.
    Silvana Iannotta nel suo articolo pubblicato nel N. 19 di Liberamente del luglio scorso ha fatto ben notare come la nuova formula con la commissione mista non sia stata affatto garanzia di serietà. Anzi la confusione e il disorientamento conseguente alla nuova riforma ha quasi dato per leciti comportamenti deleteri per i ragazzi, o per l’eccessiva severità o, nella maggior parte dei casi, per l’incontrollato permissivismo.
    Vista l’apparente impossibilità di istituire un vero esame di Stato, saremmo portati a considerare davvero la possibilità di eliminare il suo valore legale o addirittura l’esame stesso. Taglieremmo la testa al toro, impedendo a degli educatori incompetenti di pregiudicare il futuro dei ragazzi. Ma ciò avrebbe solo conseguenze positive? È probabile piuttosto che succeda una catastrofe, dal momento che la scuola, proprio perché “incompetente” non avrebbe più ragione di esistere. Allora che faremo? Tornare ai precettori privati? Studiare da autodidatti? Non sembra questa la strada giusta.


    Innanzitutto perché la scuola con i suoi esami ha un valore intrinseco insostituibile. La scuola forma, guida gli alunni, offre loro una visione della realtà, li fa convivere civilmente, diffonde ideali, insegna a vivere. Lo scoglio di un qualunque esame che abbia un grosso peso, come quello di Stato, responsabilizza l’alunno, lo mette di fronte a una prova, lo invita a raccogliere tutte le sue forze per affrontarlo e superarlo, evitando la superficialità, magari degli anni passati, per dare il meglio di sé. D’altronde il premio in palio, la promozione e il titolo per l’ingresso nel mondo dei “maturi”, è di certo motivante.
    Se poi il ragazzo, o meglio i suoi genitori, ricorre a espedienti di ogni natura – ritengo che l’andare avanti copiando non sia tanto meno deleterio di una raccomandazione in termini di crescita interiore – sarà solo a suo discapito. Vuol dire che non sarà mai in grado di farcela da solo in futuro.
    Evidentemente la questione va al di là della semplice abolizione del valore legale di un titolo. Non si può estirpare il male alla radice, perché in realtà è proprio questa radice il vero bene. La scuola è un’istituzione malata. Non possiamo annientarla per guarirla. L’unico modo è “visitarla” accuratamente in ogni suo organo e tessuto. Se il problema sta nell’impreparazione dei docenti, perché non fare concorsi più seri e severi? O meglio, perché non fare controlli periodici sulle capacità del docente? Se il problema sta nei dirigenti, perché non c’è una vera selezione che non tenga conto dell’età o degli anni di servizio, ma piuttosto delle reali competenze? Infine, se il problema sta negli alunni…beh questa è davvero una scusa che non regge. Impensabile credere che gli alunni siano meno intelligenti, meno capaci e meno disposti allo studio di qualche decennio fa. Se questo succede è perché non trovano motivazioni valide, interesse in ciò che si propone loro, ma soprattutto perché non sono sottoposti alla necessaria e fondamentale disciplina scolastica. Anzi vivono in una presunta libertà che è anarchia, mancanza di regole per il vivere civile, per il rispetto degli altri e delle istituzioni che rappresentano.
    Oggi raccomandazioni, corruzione, condanna politica sono parole che indicano atteggiamenti “normali”, entrati nella quotidianità anche scolastica, proposti e inculcati agli alunni. Sono queste forme di “normalità” che devono essere combattute. E l’unico modo per farlo è ridare dignità all’istituzione più importante della società: la scuola.

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