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  • La socialità, tra comunismo e destra sociale

    Pubblicato il agosto 3rd, 2007 Max Nessun commento

    di Enzo Conte
    Dando per scontato che, per affrontare approfonditamente questo tema non basterebbero 3 intere edizioni di Liberamente, voglio ugualmente trattare le basi fondamentali della questione di cui al titolo. Dedico questa trattazione a tutti coloro i quali pensano che la sinistra abbia il c.d. “Monopolio della socialità”; a tutti coloro i quali insomma, erroneamente basano la loro appartenenza politica sull’idea che a sinistra si difendano i poveri ed a destra i ricchi (mi scuso per la banalizzazione ma rende il concetto). Il comunismo, nelle sue varie articolazioni è abbastanza conosciuto; in sunto: i proletari vengono sfruttati dai capitalisti che si appropriano del plusvalore prodotto interamente dai primi, in forza del loro diritto di proprietà sui mezzi di produzione. Glissando sulla rivoluzione violenta necessaria da esperire per eliminare materialmente i capitalisti e stabilire lo “stato” socialista (le virgolette sono intenzionali perchè tutte le sovrastrutture in un secondo momento andranno eliminate, stato compreso), penso di aver reso la base ideologica del comunismo e cioè il requisito sul quale i suoi esponenti basano la loro richiesta di redistribuzione del reddito. Soprassediamo per adesso sulla caduta tendenziale del saggio di profitto o sul mercato del lavoro secondo Marx per ovvie ragioni di spazio. Ciò di cui non si conosce comunemente quasi nulla, (effetto dell’egemonia culturale di Gramsciana memoria? Ai posteri l’ardua sentenza), è la c.d. Destra sociale, a volte addirittura concepita come vero e proprio ossimoro dai nostri concittadini, giovani su tutti.  Non era invece ignota di certo ai redattori del “Manifesto del Partito Comunista”, Marx ed Engels, i quali previdero al terzo capitolo della loro opera un’aspra critica agli altri tipi di socialismo (denominati socialismo Reazionario, religioso, piccolo-borghese, tedesco) che avevano addirittura anticipato da destra il socialismo di sinistra.  A ciò si aggiunga che il primo stato sociale fu quello istituito in Prussia dal “cancelliere di ferro” Otto Von Bismark, o che partiti e movimenti considerati di destra hanno spesso portato avanti politiche marcatamente “Sociali”, ad esempio i conservatori britannici di Benjamin Disraeli o i fascisti italiani di Benito Mussolini, il quale attuò un programma di governo che prevedeva la costruzione di quelle che oggi sono conosciute col nome di case popolari, che istituì la previdenza sociale (pensioni ed infortuni sul lavoro), che prevedeva fortissimi incentivi alle famiglie numerose(altro che bonus bebè), nonché la partecipazione dei lavoratori al governo delle industrie.  Da questi esempi ideologici e storici si può comprendere appieno e senza timore di smentita, l’obsolescenza e la limitatezza di una visione della dicotomia destra-sinistra sulla base della distinzione liberismo-socialismo. Dove stanno allora le differenze fra i due socialismi? In primis la destra sociale rifiuta categoricamente il materialismo come strumento di analisi della società e degli individui, rifacendosi invece a  strumenti quali la spiritualità, l’etica, il comunitarismo (che ha ormai sostituito il nazionalismo) e, last but not least, la dottrina sociale della chiesa cattolica la quale tratta elementi caratterizzanti la destra quali la reciprocità della solidarietà sociale, l’importanza delle reti di solidarietà che innervano la comunità, il rispetto della persona umana, la famiglia intesa come primo e fondamentale livello di integrazione sociale, ecc.. Secondariamente la destra sociale non mira ad uno stato socialista ma ad un economia sociale di mercato, in cui si limiti la plutocrazia e lo strapotere di cui gode il mercato nel sistema capitalista, non considerando mai, però – ed in questo essa è simile ai socialisti revisionisti, Bernstein in testa – il capitale come male assoluto e demonio della società. In terzo luogo il metodo per superare la lotta fra le classi non è lo scontro rivoluzionario violento fra capitalisti e proletari, ma si identifica nella partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese e nel corporativismo, il tentativo di conciliare interessi legittimamente discordanti. Quindi il superamento della società classista non è da ricercarsi nella contrapposizione violenta fra le classi ma nella loro collaborazione e conciliazione. Interessante non è vero? 😉

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