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  • La rivolta non violenta in Birmania

    Pubblicato il settembre 28th, 2007 Max Nessun commento

    di Lucia Bandinu
    Pregare non basta. La rivolta nonviolenta si avvia, come prevedibile, ad essere contrastata con la forza in uno scenario anche visivamente diverso da quello dei giorni scorsi: oggi le immagini da Yangon e dintorni sono quelle della guerriglia urbana e il movimento di protesta conta le prime vittime. Nel gennaio del 1947, la Birmania conquista l’indipendenza. Nel 1988, un colpo di Stato delle forze armate dà vita ad un regime militare che ha come presidente e primo ministro il generale Saw Maung. E la Birmania assume la denominazione ufficiale di «Myanmar». Le elezioni politiche indette nel maggio 1990, che avrebbero dovuto legittimare il governo militare, vedono invece la vittoria schiacciante della lega nazionale per la democrazia, il partito di Aung San Suu Kyi (premio Nobel per la pace nel 1991 e figlia di Aung San, padre della Birmania indipendente). La giunta militare non riconosce il risultato elettorale, iniziando una feroce politica di repressione nei confronti degli oppositori politici (Amnesty international per il 2006 denuncia 1.185 prigionieri politici).


    Il partito della lega nazionale per la democrazia viene messo fuori legge e Aung San Suu Kyi, dopo alcuni brevi periodi di libertà, ancora oggi si trova agli arresti domiciliari. In questi anni poco è cambiato e, nonostante l’embargo dell’Unione europea sul materiale bellico per il Myanmar deciso nel 1988 e riconfermato nel 2006, il Consiglio di Stato per la pace e lo sviluppo alla guida del Paese non ha compiuto passi significativi verso la democrazia. Nel giugno del 2000 la conferenza generale dell’organizzazione internazionale del lavoro ha approvato una risoluzione che invita i governi, le imprese e i sindacati a rivedere i loro rapporti con il Myanmar e ad adottare tutte le misure necessarie per evitare che il Paese membro possa trarre profitto da queste relazioni per perpetuare o sviluppare il sistema del lavoro forzato. Negli anni successivi, l’organizzazione internazionale del lavoro ha riaffermato e sostenuto la stessa linea d’intervento. Amnesty International, nel rapporto annuale 2007, riporta notizie allarmanti sul Myanmar e denuncia che per il 2006 “la situazione si è deteriorata, con l’intensificarsi della repressione messa in atto in tutto il Paese dalle autorità nei confronti sia dell’opposizione armata sia degli oppositori politici pacifici con violazioni diffuse e sistematiche delle norme internazionali sui diritti umani e del diritto internazionale umanitario, equiparabili a possibili crimini contro l’umanità”. Giordano Stabile, su La Stampa ha intervistato il primo mini¬stro del governo democratico in esi¬lio della Birmania, Sein Win. Quest’ultimo, nominato dopo la straripante vittoria della lista gui¬data dal premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi, sfuggì per miracolo alle epurazioni messe in atto dai generali, e riparò negli Stati Uniti, da dove oggi guida l’opposizione in esilio. E’ ottimista e alla domanda sul perché la leadership del movimento sia stata assunta dai reli¬giosi, risponde così: «In Birmania il ruo¬lo della religione buddista è molto importante. I mo¬naci vengono dal popolo e ascoltano il popolo, quotidia¬namente. Hanno capito che il popolo chiedeva loro di fa¬re qualcosa e l’han¬no fatto. Questo di¬mostra anche che i tentativi della giun¬ta di manipolare la religione buddi¬sta per i propri scopi non hanno avuto molta presa». Bush, il Dalai lama e Ibrahim Gambari inviato speciale dell’Onu cercano di esercitare pressioni sulla Giunta perché non lasci mano libera ai militari. Nonostante ciò, le notizie che arrivano parlano dei morti e feriti. “Is not power that corrupts but fear”, amava affermare San Suu Kyi. Ora è giunto il momento per le democrazie e l’Occidente di far sentire forte la voce della libertà, affinché quella paura non trasformi il cuore e la mente dei birmani in catene.

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