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  • La politica e il consenso clientelare

    Pubblicato il agosto 18th, 2007 Max 3 commenti

    di Massimo Greco
    Così come il motore si alimenta di carburante, la politica si alimenta di consenso. Quest’ultimo è lo scopo principale dei partiti politici, impegnati su tutti i fronti nel dimostrare di essere più bravi degli altri a dare risposte ai numerosi bisogni che la nostra società fa emergere quotidianamente. Dalle nostre parti (meridionali per intenderci) uno dei bisogni fondamentali è rappresentato dall’occupazione e quindi tutti i partiti cercano disperatamente di accaparrarsi quei pochi posti di lavoro che il mercato offre, visto che la Pubblica Amministrazione non assume più da tempo. Le varie forme di esternalizzazione di servizi rappresentano oggi lo strumento più innovativo per reclutare occupazione senza dover transitare dalle fastidiose, quanto rischiose, selezioni pubbliche. Le aziende, le società e le imprese in genere, infatti, assumono il proprio personale con chiamata diretta senza dover dare conto a nessuno.

    E’ la regola del mercato e le leggi dell’ordinamento devono garantirla. Tuttavia, e l’esperienza più recente lo dimostra, c’è assunzione e assunzione. C’è infatti l’assunzione, pilotata dalla politica, che si inquadra nel contesto organizzativo dell’azienda e c’è l’assunzione, sempre pilotata dalla politica, che si pone come elemento di rottura del sistema organizzativo dell’azienda. Fiumi di letteratura ci hanno insegnato che la gestione delle risorse umane è una scienza e che la produzione (o la erogazione di servizi) risente particolarmente di una gestione efficiente del personale. Quindi, un partito politico attento alla ricerca del consenso ma anche alle dinamiche del mercato dei servizi e, soprattutto alle ricadute sulla collettività di dette azioni, dovrebbe certamente segnalare i propri amici per le assunzioni facili, evitando però di generare forme cancerogene come quelle verificatesi all’interno della società che gestisce il ciclo dei rifiuti Enna-Euno. In detta società il problema, a mio parere, più grosso, non è tanto il personale assunto (probabilmente in esubero rispetto al reale fabbisogno occupazionale) ma la qualità dello stesso. Al politico di turno non si nega infatti un’assunzione, ma che questa si collochi in modo tale che possa essere funzionale al sistemo organizzativo dell’azienda. Così non è stato! Bravissime persone senza alcuna esperienza né competenza dimostrata, sono state reclutate con contratti dirigenziali o quadro e posizionate ai vertici burocratici della struttura. Al contrario, altre bravissime persone, magari munite di laurea e di comprovata esperienza professionale, sono state contrattualizzate e posizionate nei piani inferiori dell’apparato. Il risultato, sotto gli occhi di tutti e previsto anzitempo da alcuni di noi, è stato fotografato nell’ultima relazione del collegio dei revisori dei conti: una società che naviga a vista dove nessuno sa cosa deve fare, chi lo deve fare e, soprattutto se lo sa fare. Morale della favola: una buona politica, senza falsi moralismi e facile demagogia, è costretta a ricercare il consenso anche attraverso questi strumenti clientelari, a condizione però, di rendere compatibile la propria segnalazione occupazionale con le regole organizzative imposte da una gestione oculata e professionale delle risorse umane.

     

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