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  • La politica delle sigle

    Pubblicato il maggio 11th, 2007 Max 1 commento

    di Silvana Iannotta
    Nell’epoca odierna, che qualcuno definisce “postmoderna”, assistiamo alla sempre più veloce dissoluzione della speranza in un mondo edificato su presupposti razionali oggettivamente e universalmente riconosciuti. Il post indica ciò che viene dopo quella fiducia ottimistica nella ragione che, dall’Illuminismo alle grandi costruzioni ideologiche ottocentesche, aveva regalato all’umanità il sogno di un inarrestabile progresso e di una graduale emancipazione dell’uomo. Ma questo “dopo” non ha ancora trovato una sua finalità storica, una direzione sensata.

    Anzi, è caratterizzata dal pensiero debole, cioè tale da fare a meno di certezze e verità totalizzanti, com’è testimoniato dall’autodissoluzione delle ideologie fondate su un’idea-forza centrale. Stiamo quindi navigando a vista in un mare sconosciuto e in condizioni di smarrimento ed incertezza, in cui anche le parole devono essere reinterpretate alla luce di un nuovo atteggiamento che il pensiero deve assumere per non perdere se stesso. È l’atteggiamento della problematicità, dell’apertura al cambiamento, dell’ascolto piuttosto che dell’affermazione. Per questo, anche ciò che sta accadendo nello scenario politico con la nascita di nuovi partiti, per aggregazione o distacco, non deve spaventare né suscitare rabbia e delusione: è la nuova cifra del postmoderno, è la necessità dei periodi di crisi.


    L’unica cosa che dobbiamo temere, in un mondo che cambia a velocità supersonica, è il rimanere attaccati a concezioni cristallizzate che hanno perso aderenza alla realtà o peggio ancora sperare di far rivivere il passato riportando alla luce idee nate in altri contesti storici.

    Ma questo non significa assistere passivamente alle trasformazioni in atto, anzi il nostro pensiero deve essere più che mai vigile per tentare di comprendere il processo in atto: finito il periodo delle originali definizioni date ai raggruppamenti politici, che, dopo Tangentopoli, quasi per vergogna a chiamarsi partiti hanno vissuto un’epoca zoologica (asinello), poi quella botanica (quercia, ulivo, margherita, rosa, ecc.), quella movimentista o personalistica ( ancora dura da morire, per cui chi non è d’accordo sbatte la porta e fonda un partitino-bonsai), assistiamo oggi al riformarsi di grandi partiti. È nato il Partito Democratico con la fusione dei due maggiori partiti del dopoguerra, PCI e DC, storicamente avversi e ideologicamente diversi. Bene, ma cerchiamo di capire cosa vuol dire questa nuova etichetta. Entrambi i partiti sembrano aver perso un elemento caratterizzante: il PCI, poi PDS, poi DS, ha perso la S, in altre parole la sua collocazione a sinistra; la DC ha perso la C, cioè la sua radice cristiana = PD.

    Va bene anche questo, ma vorremmo capire ancora di più. Significa che è nato un partito laico di centro, oppure un partito confessionale di sinistra? Aiutateci a capire perché le etichette devono essere spiegate e il termine democratico è diventato aggettivo privo del significato originario tanto che nessuno ne vuole fare a meno, ma senza sostanziarlo di concreti atti! Si tratta solo di un’alleanza elettorale oppure veramente le vecchie anime non esistono più? Difficile da credere visto che gli uomini sono gli stessi e alcuni vengono proprio da lontano. Comunque, l’unica cosa a cui questi uomini non devono pensare è che basti cambiare etichetta per ridare fiducia alla gente, che, ormai stanca di nuove sigle, attende che cambino gli scenari, le prospettive, le regole e gli scopi. Insomma, che cambi il modo e il senso della politica e che l’arte del governare torni ad essere buona: è questa l’unica certezza di un atteggiamento critico che riprende la sua forza!

     

    1 responses to “La politica delle sigle” Icona RSS

    • quel che mi sembra assolutamente certo è il corso ricorso dei tempi: ora mi sembra di essee in pieno “DECADENTISMO”


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