La comunità virtuale più libera del web
Icona RSS Icona email Icona home
  • “La democrazia si misura anche attraverso la qualità del dibattito pubblico”

    Pubblicato il giugno 20th, 2009 Max 3 commenti

    di Amartya Sen

     

    3 responses to ““La democrazia si misura anche attraverso la qualità del dibattito pubblico”” Icona RSS

    • …incredibile se il dibattito è quello promosso da Franceschini e compagni la nostra democrazia appare parecchio malata. Una campagna elettorale in cui si è parlato solo di Noemi, di veline e di tradimenti. Guai a parlare di Europa e di Unione Europea. Il cittadino ignorante era ed ignorante è rimasto. Vergogna!!!!

    • è veramente assurda questa campagna elettorale impostata dal PD.. una vergogna! assenza completa di dibattito sulle politiche pubbliche, solo cretinate!

    • “Sulla democrazia deliberativa possiamo discutere fino a domani mattina, tanto la decisione non cambia”

      Come riconciliare preferenze individuali (contrastanti) all’interno di scelte collettive. Ma il modo in cui lo fanno – così come la prospettiva normativa soggiacente – è fondamentalmente differente. Da un punto di vista più generale, il voto e la deliberazione riflettono infatti due idee di democrazia: da un
      lato, la concezione liberale come aggregazione di preferenze individuali; dall’altro, quella deliberativa come processo di discussione aperta che conduce ad un giudizio concorde.
      Per la prima prospettiva (Dahl, 1989; Schumpeter, 1942), esiste un corpo elettorale che in base a preferenze distribuite diversamente nei suoi vari settori, esprime una domanda a cui gli imprenditori politici rispondono con un ventaglio di offerte destinate a incontrare diversi gradi di successo.
      L’obbiettivo della democrazia consiste allora nell’aggregare delle preferenze individuali, poste tutte sullo stesso piano, in una scelta collettiva nel modo più efficiente ed equo possibile. L’esito di tale processo, se l’aggregazione funziona in modo adeguato, riflette un compromesso ottimale tra interessi dati ed irriducibilmente opposti. Non esiste “un unico e determinato bene pubblico su cui tutte le
      persone possono accordarsi” (Schumpeter, 1942). Per contro, ogni individuo porta con sé le sue preferenze già definite rispetto ad una certa questione e il suo obbiettivo consiste nel votare la proposta più vicina al suo punto ideale: c’è quindi una diretta relazione tra le preferenze iniziali degli attori e le
      preferenze espresse nel risultato collettivo.
      Anche la seconda prospettiva parte dalle premessa che le preferenze politiche sono normalmente divergenti e che lo scopo delle istituzioni democratiche deve essere quello di risolvere tale conflitto.
      Ma rispetto ad una concezione della democrazia caratterizzata dalla sola “forza dei numeri”, viene sottolineato il ruolo della discussione con l’obbiettivo di arrivare ad un consenso. L’idea habermasiana di ragione comunicativa suggerisce infatti l’immagine di un processo deliberativo comune, in cui le
      conclusioni sono raggiunte attraverso la scambio di ragioni pro e contro in assenza di coercizione (Habermas, 1996). Se quindi la prospettiva aggregativa sottolinea l’importanza di dare il giusto peso alle differenti preferenze individuali, quella deliberativa riconosce la capacità degli individui di essere convinti da argomentazioni razionali e di abbandonare interessi particolaristici alla luce di un interessecollettivo
      Al cuore dell’idea di democrazia deliberativa vi sono quindi due aspetti fondamentali, che marcano la
      sua specificità. Da un lato, l’assunzione dell’endogenità delle preferenze politiche: la persuasione
      razionale presente nella deliberazione rende infatti possibile ripensare la propria posizione. Dall’altro
      lato, e come diretta conseguenza, “la deliberazione si pone l’obbiettivo di arrivare ad un consenso motivato razionalmente – di trovare delle ragione che sono persuasive per tutti” . In queste condizioni, non ci sarebbe neanche più bisogno di un meccanismo aggregativo, dato che una
      discussione razionale tenderebbe a produrre delle preferenze unanimi . Come interagiscono questi due aspetti – preferenze/consenso – rappresenta tuttavia un aspetto da
      analizzare con attenzione. Che cosa si intende, infatti, per preferenze individuali? In che modo la deliberazione è in grado di cambiare tali preferenze? E ancora, cosa significa un consenso frutto della deliberazione?
      Per approfondire l’insieme di questi aspetti, è utile partire da una definizione neutra di deliberazione.
      La deliberazione può essere descritta come una discussione pubblica dove un gruppo di individui – prima di prendere una decisione collettiva – parla e ascolta in sequenza con lo scopo di persuadersi a vicenda . In questo senso, la deliberazione non è una attività isolata, coinvolge piuttosto l’interazione tra due o più individui. Una deliberazione è politica quando conduce ad una
      decisione finale vincolante per una comunità. Infine, una deliberazione politica è anche democratica quando la discussione conduce ad una decisione attraverso un voto da parte di tutti coloro – e/o i loro rappresentati – coinvolti dalle conseguenze di una data decisione: in presenza di unanimità, il voto ratifica semplicemente una situazione di fatto, ma non risulta comunque superfluo. Se infatti un dittatore ascolta una discussione e poi prende una decisione, la deliberazione è politica ma non democratica (pur se tutti in linea teorica partecipano alla discussione e sono d’accordo sulla decisione
      da prendere). Nella deliberazione, per contro, decide chi delibera.
      Una simile definizione ha il pregio di essere meno soggetta ad un investimento implicito od esplicito di significati normativi. Occorre infatti tenere ben distinti quelle argomentazioni che spiegano perché la deliberazione sarebbe una buona cosa, da quelle che in effetti la definiscono in modo tale da
      coinvolgere direttamente delle conseguenze positive. Presupporre, in altri termini, che la deliberazione sia normativamente e praticamente superiore alla aggregazione, perché coinvolge – o per lo meno dovrebbe– una discussione ragionata, fallisce nello specificare adeguatamente i meccanismi al lavoro quando le parti impegnate in una deliberazione cercano di persuadersi a vicenda, e quindi i modi per eventualmente migliorarla.
      Questo limite risulta particolarmente rilevante una volta che consideriamo la natura strumentale della deliberazione. In effetti, pur riconoscendo come le questioni empiriche non siano le sole ad essere rilevanti, rimane il fatto che scegliere tra procedure decisionali in un mondo non ideale deve coinvolgere una qualche valutazione delle probabili conseguenze delle alternative. La deliberazione è allora in ultima istanza difendibile da un punto di vista generale soltanto se migliora il processo di scelta collettiva finale, in particolare in relazione al raggiungimento di fini comuni .il presente lavoro è organizzato in quattro parti. Nella prima si problematizzerà la nozione di preferenze individuali, in particolare distinguendo tra preferenze primitive e preferenze indotte. Nella seconda si avanzeranno alcuni spunti per una teoria endogena delle preferenze legata ad un processo deliberativo.
      La terza parte sarà invece dedicata a presentare una tipologia di possibili scenari deliberative. Si sottolineerà, in particolare, il duplice ruolo (strumentale) della deliberazione. La deliberazione può essere infatti applicata a due classi di problemi, entrambi importanti per migliorare la qualità di una decisione collettiva: raggiungere un consenso sui valori e raggiungere delle conclusioni effettive su come meglio raggiungere certi valori. L’ultima parte sarà infine dedicata a come rafforzare l’effettività
      della deliberazione. Una volta, infatti, ammesso la strategicità degli attori, le argomentazioni possono semplicemente non essere prese in considerazione. Il ruolo della struttura istituzionale – e quindi delle necessità procedurali di una corretta deliberazione – ricopre un ruolo fondamentale a questo riguardo.
      Quali preferenze?
      I problemi di scelta possono essere esaustivamente rappresentati utilizzando tre componenti: azioni,
      stati del mondo ed esiti. Tutte e tre sono eventi. La differenza tra questi aspetti è che l’azione di un agente è un evento sotto il suo controllo, laddove lo stato del mondo non lo è. In date circostanze, un individuo ottiene il risultato voluto attraverso il semplice atto della scelta. I risultati dipendono cioè, entro ampi margini, solo dalla sua volontà, e nessun evento esterno incontrollabile si frappone alla realizzazione dei suoi obbiettivi. In queste condizioni, scegliere equivale a ottenere . In generale, tuttavia, tra la scelta di un individuo e il risultato conseguito si frappongono circostanze ignote: l’individuo dovrà allora effettuare delle ipotesi sullo stato del mondo (vale a dire sulle
      condizioni ambientali) e sulla base di queste selezionare l’azione più appropriata. La scelta, a differenza della situazione precedente, avviene quindi in condizioni di incertezza.
      Per esempio, supponiamo che un legislatore debba decidere se votare a favore o contro ad un dato progetto di legge. In questo caso, ha due azioni tra cui scegliere: A=[votare a favore, votare contro]. Per semplicità, si suppongano anche due soli stati del mondo: S=[circostanze che rendono il progetto di
      legge favorevole alla sua constituency, circostanze sfavorevoli alla sua constituency], e quindi due possibili esiti: E=[il legislatore è rieletto, il legislatore non è rieletto]. In questo senso, c’è una diretta connessione tra l’azione che il legislatore sceglie, lo stato che si applica e l’esito che ottiene.


    Lascia un commento