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	<title>Commenti a: &#8220;La criminalità blocca l&#8217;economia e limita l&#8217;autorità dello Stato&#8221;</title>
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	<description>La comunità virtuale più libera del web</description>
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		<title>Di: gigi</title>
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		<dc:creator>gigi</dc:creator>
		<pubDate>Sat, 27 Feb 2010 20:41:42 +0000</pubDate>
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		<description>Cessioni di sovranità e globalizzazione liberista che permettono ai capitali di circolare senza controllo da un capo all&#039;altro del mondo hanno favorito l&#039;esplosione di un mercato finanziario fuori legge che, lubrificato dai profitti della grande criminalità,è diventato il motore dell&#039;espansione capitalista.
 Governi, mafie e società transnazionali, soci in affari nell&#039;arcipelago planetario del riciclaggio del denaro sporco, prosperano nelle crisi e si abbandonano in tutta impunità al saccheggio della cosa pubblica. Operazioni di facciata vengono lanciate di tanto in tanto contro i paradisi bancari e fiscali in piena espansione, per gettare fumo negli occhi e dare l&#039;illusione che li si sta combattendo,
quando i governi, se veramente ne avessero
l&#039;intenzione, potrebbero metterli in condizioni di non nuocere nello spazio di una giornata. Alla &quot;tolleranza zero&quot; raccomandata un po&#039; dappertutto contro la piccola delinquenza del precariato e della disoccupazione fa da contraltare la &quot;repressione zero&quot; contro la grande criminalità finanziaria.Sistematicamente messa in luce dagli &quot;scandali&quot; che incidentalmente coinvolgono, in un paese o in un altro, un&#039;impresa o una banca, un dirigente o un
partito politico, un cartello o una mafia, la
criminalità finanziaria sembra impenetrabile. Questa massa di transazioni relative ad operazioni illecite considerate delitti o semplici infrazioni a seconda delle legislazioni nazionali o degli accordi
internazionali viene solitamente fatta passare per una serie di accidentali disfunzioni dell&#039;economia e  della democrazia liberale, che una &quot;buona azione di governo&quot; è comunque in grado di riassorbire. Il contrario esatto di ciò che è in realtà: un sistema coerente, intimamente legato all&#039;espansione del  capitalismo moderno, basato sul sodalizio fra tre partner: governi, imprese transnazionali e mafie. Ma gli affari sono affari: la minalità finanziaria è innanzitutto un mercato, ove vige la legge della domanda e dell&#039;offerta business as usual. Le grandi organizzazioni criminali devono necessariamente avvalersi della complicità degli ambienti affaristici e del &quot;laisser-faire&quot; del potere politico per poter far fruttare, mediante il riciclaggio,
 i profitti eccezionali delle loro attività. Per rafforzare le loro posizioni e aumentare i guadagni, smantellare o contrastare la concorrenza, assicurarsi&quot;contratti del colo&quot;, finanziare le loro operazioni illecite, le imprese transnazionali hanno bisogno del
  sostegno dei governi e della neutralità degli organi
    di regolamentazione. Quanto al personale politico,
    diretta parte in causa, il suo potere d&#039;intervento è
    legato agli appoggi e ai finanziamenti che ne
    garantiranno la perpetua inamovibilità. Questa
    collusione d&#039;interessi costituisce una componente
    essenziale dell&#039;economia mondiale, il lubrificante
    indispensabile per un &quot;buon&quot; funzionamento del
    capitalismo. Un funzionamento che è stato
    notevolmente perfezionato per effetto di tre fattori
    congiunti. La completa liberalizzazione dei
    movimenti di capitali che, dalla fine degli anni 80,
    sfuggono ad ogni forma di controllo, nazionale o
    internazionale. La dilatazione e smaterializzazione
    delle transazioni finanziarie, accelerate dalla
    rivoluzione tecnologica delle comunicazioni. Infine,
    la sempre maggiore affidabilità di un arcipelago
    planetario di aree specializzate nella gestione
    compiacente della criminalità finanziaria: i paradisi
    fiscali (si legga l&#039;articolo a pag 9).
    La rivoluzione non è una cena di gala, diceva Mao
    Tse-tung.
    Tantomeno lo è la concorrenza, che sembra avere
    poco a che fare con quei tornei di prodi cavalieri
    declamati dai cantori delle epopee liberiste, in cui,
    illuminato dalla grazia del Dio-mercato, vince il
    migliore miglior prodotto, miglior servizio e miglior
    prezzo. Come nei duelli feudali, per vincere la guerra
    economica è invece concesso ogni colpo, anche il più
    basso. Quanto alle armi, non manca di certo la
    scelta: intese e cartelli, abusi di posizione
    dominante, dumping e vendite forzate, aggiotaggi e
    speculazioni, assorbimento o smembramento della
    concorrenza, falsi in bilancio, manomissioni dei libri
    contabili e dei costi di trasferimento, frodi e
    evasioni fiscali attraverso filiali off-shore e
    società-ombra, sottrazione di crediti pubblici e
    mercati truccati, corruzione e commissioni occulte,
    arricchimenti illeciti e abusi di beni sociali, vigilanza
    e spionaggio, ricatti e delazioni, violazioni dei
    regolamenti in materia di diritto del lavoro e libertà
    sindacale, di igiene e di sicurezza, di contributi
    sociali, di inquinamento e rispetto ambientale (1).
    Ad esse vanno aggiunte le pratiche in vigore nelle
    zone franche che prosperano ormai nel mondo
    intero, anche in Europa e in Francia (si veda la
    cartina a pagina 9), zone di non-diritto, totalmente
    o parzialmente al di fuori delle leggi ordinarie,
    soprattutto in materia sociale, fiscale e finanziaria
    (2).
    Possiamo ritrovare tali operazioni in tutti i grandi
    settori d&#039;attività e su tutti i mercati: armamenti,
    petrolio, lavori pubblici, aviazione civile, trasporto
    aereo, ferroviario e marittimo, telecomunicazioni,
    banche e assicurazioni, settore chimico e
    agro-alimentare Ad esse sono legate notevoli
    sottrazioni di fondi, che escono dai libri contabili
    delle società trasnazionali per approdare in qualche
    paradiso fiscale. Un saccheggio fenomenale, di cui
    non sarà mai dato il minimo conto globale. Per
    realizzarlo, i loro autori hanno bisogno del potere
    dello stato e di quello degli organismi nazionali e
    internazionali, soprattutto della loro capacità di
    promulgare regolamentazioni vincolanti il minimo
    possibile e di sopprimere o rendere inapplicabili
    quelle già esistenti, procrastinando all&#039;infinito o
    paralizzando le inchieste e le istruttorie e riducendo
    o amnistiando le eventuali pene. In cambio si
    offrono di &quot;finanziare la democrazia&quot;. E si danno un
    bel da fare: campagne elettorali per alcuni partiti,
    promozione delle personalità politiche o degli alti
    funzionari più promettenti, seguiti e &quot;marcati stretti&quot;
    da un esercito di consulenti, vere e proprie lobby,
    presenti in tutti gli organismi decisionali (3),
    incaricate di aiutarli a fare la &quot;scelta giusta&quot; e di
    corromperli.
    Infine, non hanno alcuna ripugnanza a ricorrere, se
    necessario, ai servigi delle organizzazioni criminali
    professioniste. Contro i lavoratori, traffichini di ogni
    sorta venduti al padronato, sindacati
    &quot;collaborazionisti&quot;, crumiri, milizie private e
    squadroni della morte imperversano nella maggior
    parte delle loro filiali e tra i loro fornitori
    delocalizzati nei paesi del Sud. Contro gli azionisti
    ribelli, che in Giappone, durante le assemblee
    generali, sono posti sotto la sorveglianza della
    jakuza. O, ancora, per l&#039;esecuzione di &quot;contratti&quot; nei
    confronti di intermediari diventati troppo scomodi o
    di inquirenti troppo curiosi: si è perso il conto degli
    uomini d&#039;affari, banchieri, politici, giudici, avvocati o
    giornalisti &quot;suicidati&quot; con un cappuccino al cianuro,
    impiccati o caduti dal decimo piano con le mani
    legate dietro la schiena, trovati con due pallottole in
    testa, annegati ancora vestiti in una pozza d&#039;acqua
    o nella loro vasca da bagno, scivolati sotto un
    autobus o in una vasca piena di cemento o di acido,
    caduti in mare dal loro yacht pieno di guardie del
    corpo, scomparsi in volo o in automobile Le nuove
    gang Le banche e le grandi imprese sono
    interessate, più di ogni altra cosa, ad intercettare,
    dopo averlo riciclato, il denaro proveniente dagli
    affari del grande crimine organizzato. Accanto alle
    attività tradizionali droga, racket, rapimenti, gioco
    d&#039;azzardo, sfruttamento della prostituzione (delle
    donne e dei bambini), contrabbando (alcool,
    tabacco, medicinali), rapine a mano armata, denaro
    falso e false fatture, frode fiscale e sottrazione di
    fondi pubblici prosperano oggi nuovi mercati: traffico
    di manodopera clandestina e di rifugiati in fuga,
    pirateria informatica, traffici d&#039;oggetti d&#039;arte e
    d&#039;antiquarato, di auto rubate e singoli pezzi, di
    specie protette e organi umani, contraffazioni,
    traffici d&#039;armi, di scorie tossiche e di prodotti
    nucleari Ogni paese ospita i suoi circuiti criminali. Le
    organizzazioni più importanti e di più lunga data si
    trovano nei centri del capitalismo: negli Stati uniti
    (Cosa Nostra), in Europa (la mafia siciliana), in Asia
    (le triadi cinesi e le jakuza giapponesi). Negli ultimi
    decenni se ne sono però sviluppate altre, come i
    cartelli colombiani in America latina o le mafie
    russe. Centinaia di gruppi antagonisti si spartiscono
    i mercati nazionali e internazionali del crimine,
    stringendo alleanze e accordi di sub-appalto, con la
    tendenza a moltiplicarsi in piccole unità flessibili e
    mobili, specializzate su un segmento particolare o
    su un settore portante del mercato. I profitti annuali
    del traffico di droga (cannabis, cocaina, eroina) sono
    stimati tra i 300 e i 500 miliardi di dollari (senza
    contare le droghe sintetiche, il cui settore conosce
    uno sviluppo eccezionale), cioè tra l&#039;8 e il 10 % del
    commercio mondiale (4). Il volume d&#039;affari della
    pirateria informatica supera i 200 miliardi di dollari,
    quello della contraffazione i 100 miliardi; quello
    della frode al bilancio comunitario europeo si aggira
    tra i 10 e i 15 miliardi di dollari, quello del traffico di
    animali sulla ventina di miliardi. In totale,
    considerando solo le attività transnazionali fra cui la
    &quot;tratta delle bianche&quot; il prodotto mondiale lordo
    delle attività criminali supera ampiamente i 1.000
    miliardi di dollari annui, una cifra pari al 20 % del
    commercio mondiale.
    Anche ammettendo che le spese (produzione e
    fornitori, intermediari e corruzione, investimenti e
    costi di gestione, perdite legate a sequestri
    giudiziari e azioni di repressione) siano pari a circa il
    50% del volume d&#039;affari, rimangono 500 miliardi di
    dollari annui. Cioè, su un periodo di dieci anni,
    5.000 miliardi di dollari, una somma tre volte più
    alta delle riserve di valuta di tutte le banche centrali
    messe insieme (5), un quarto della capitalizzazione
    complessiva delle cinque maggiori piazze borsistiche
    mondiali, dieci volte quella della borsa di Parigi (6).
    Si tratta di gestire questa somma gigantesca, che
    non è però possibile smaltire in piccole quantità
    (7). Una miniera d&#039;oro che potrebbe mandare in
    fibrillazione tutti i finanzieri del mondo. E si dà il
    caso che proprio del loro aiuto hanno urgente
    bisogno le organizzazioni criminali, per riciclare
    questo denaro ed immetterlo nel circuito legale. Per
    tale operazione sono disposti a pagare
    profumatamente; e lo fanno, investendo circa un
    terzo dei profitti totali delle loro attività: 150
    miliardi di dollari, divisi tra circuiti bancari e
    intermediari vari (avvocati, mediatori, responsabili
    di trust e di crediti fiduciari). Con il risultato che
    ogni anno vengono riciclati e reinvestiti più di 350
    miliardi di dollari, cioè 1 miliardo di dollari al giorno.
    Nessun settore d&#039;attività raggiunge cifre simili e
    nessuno può eguagliare tale volume di scambi, pari
    alla metà o ai due terzi degli investimenti diretti
    esteri (Ide) (8). Le organizzazioni criminali
    multinazionali, fedeli seguaci del mercato e della
    globalizzazione, di cui conoscono a menadito il
    funzionamento, non vanno certo ad intasare le
    casse di risparmio. Vanno invece a caccia dei più
    elevati tassi di profitto: fondi a rischio (hedge
    funds) e speculazioni finanziarie di cui gonfiano la
    bolla, mercati emergenti, immobiliare e nuove
    tecnologie.
    Assicurandosi in tal modo solidi profitti nei settori
    più fiorenti dell&#039;industria e del commercio. Sono
    quindi il fattore lubrificante della poderosa
    espansione del capitalismo moderno, in un sodalizio
    permanente con le imprese transnazionali in cui
    hanno investito e con le banche che gestiscono i
    loro fondi.
    Rimane loro poi abbastanza denaro per garantirsi un
    certo tenore di vita e partecipare al finanziamento e
    alla corruzione dei partiti e degli esponenti politici,
    che meglio di chiunque altro sono in grado di
    mantenere immutato un sistema così conveniente.
    Ed è proprio questo il contributo offerto dall&#039;ultimo
    partner, il potere politico-burocratico, in cambio di
    un aiuto finanziario che gli consente di rimanere al
    suo posto, di riassestarsi dopo eventuali scosse, se
    non addirittura di arricchirsi. Suo compito è fornire
    l&#039;illusione che sia in corso una lotta permanente,
    costantemente rinforzata e coordinata a livello
    internazionale governativo, poliziesco e giudiziario
    contro la criminalità finanziaria (corruzione, traffici,
    riciclaggio), senza tuttavia mettere in pericolo il
    funzionamento del sistema. Cambiare tutto per non
    cambiare niente. Il fallimento della più che
    trentennale guerra internazionale al narcotraffico
    conferma il &quot;successo&quot; di questa formula. Possiamo
    prevedere un esito simile per la lotta contro il
    riciclaggio del denaro sporco e la corruzione,
    rilanciata in modo eclatante al vertice del G 7
    dell&#039;Arche, a Parigi, nel 1989, in cui venivano
    mobilitati, oltre ai paesi membri, l&#039;Organizzazione
    delle Nazioni unite (Onu), l&#039;Organizzazione della
    cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), il
    Fondo monetario internazionale (Fmi), la Banca dei
    regolamenti internazionali (Bri) e l&#039;Unione europea
    Sono stati creati organismi ad hoc (9), firmate e
    ratificate convenzioni internazionali sulla
    repressione della corruzione nei mercati
    internazionali (10), la collaborazione tra polizie e la
    cooperazione tra organi giudiziari (11), moltiplicati
    colloqui e studi, commissioni di inchiesta e rapporti
    vari. Il tutto accompagnato da grandi dichiarazioni
    di severità e impegno da parte dei leader, senza che
    il sistema della criminalità finanziaria ne sia
    risultato minimamente intaccato. Un sistema che
    sta per sconfiggere, per logoramento, anche quei
    pochi virtuosi che si ostinano a combatterlo, come
    conferma il diffuso sentimento di stanchezza
    provato dai giudici e dai poliziotti impegnati in Italia
    nell&#039;esemplare operazione &quot;mani pulite&quot;. O il grido
    d&#039;allarme lanciato alla fine del 1996 da sette esperti
    giudici europei l&#039;&quot;appello di Ginevra&quot; rimasto senza
    seguito (12).
    Quanto allo smantellamento dei paradisi fiscali,
    paradisi del crimine e basi fondamentali per
    l&#039;occultamento delle malversazioni finanziarie, è
    fuori discussione. Il massimo che si può fare è
    incitarli ad adottare codici di buona condotta, una
    misura tanto efficace quanto può essere affidare i
    trasporti di capitali alla mafia dopo averle fatto
    sottoscrivere l&#039;impegno morale di sottoporre i suoi
    veicoli a verifiche regolari. Fuori discussione è anche
    la possibilità di mettere in piedi un meccanismo di
    cooperazione internazionale permanente, o uno
    spazio giuridico comune europeo, che al limite è
    argomento di timide discussioni, quando ora ci
    vogliono diciotto mesi di attesa perché una
    domanda di cooperazione giudiziaria inviata da
    Parigi a Ginevra ottenga una risposta. Addirittura si
    sta sviluppando, sotto l&#039;egida degli Stati uniti,
    principale partner della criminalità finanziaria
    internazionale, un&#039;operazione di razionalizzazione,
    ovvero di americanizzazione, delle tecniche di
    corruzione, che mira a sostituire le pratiche, ormai
    un po&#039; obsolete, delle tangenti e delle commissioni
    occulte (o palesi) con quella delle lobby di
    pressione, più efficaci e presentabili. Un settore
    d&#039;attività in cui gli Stati uniti possono godere di un
    vantaggio considerevole rispetto ai loro concorrenti,
    non solo per la loro esperienza, ma anche perché le
    loro multinazionali possono mettere a disposizione
    gli enormi mezzi di intervento finanziari e logistici di
    cui dispongono, ivi compresa la mobilitazione dei
    servizi segreti del più potente apparato statale del
    mondo, passati direttamente dalla guerra fredda
    alla guerra economica.
    Prova ne è il successo riportato presso i media dalla
    pubblicazione di un indice annuo delle quotazioni
    dei paesi corruttori e corrotti stabilito dalla
    Transparency International, una lobby che fa capo
    alla Cia, finanziata da governi e da imprese esperte
    in materia, per lo più americane, come Lockheed,
    Boeing, Ibm, General Motors, Exxon, General Electric
    o Texaco (13). Le campagne anti-corruzione, di cui
    si fanno portavoce gli organismi internazionali
    (Banca mondiale, Fmi, Ocse) non hanno altro
    obiettivo che la &quot;buona gestione&quot; di una criminalità
    finanziaria diventata ormai parte integrante della
    globalizzazione dei mercati, guidata dalla
    democrazia più corrotta del pianeta, quella
    americana.
    La sfrenata corsa al profitto e all&#039;accumulazione di
    capitali, con ogni mezzo, si concretizza nella
    spoliazione generalizzata del prodotto del lavoro
    umano e delle ricchezze comuni, e comporta la
    corruzione dei costumi della classe dirigente. Ai
    baroni ladri succedono ora i principi predoni.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Cessioni di sovranità e globalizzazione liberista che permettono ai capitali di circolare senza controllo da un capo all&#8217;altro del mondo hanno favorito l&#8217;esplosione di un mercato finanziario fuori legge che, lubrificato dai profitti della grande criminalità,è diventato il motore dell&#8217;espansione capitalista.<br />
 Governi, mafie e società transnazionali, soci in affari nell&#8217;arcipelago planetario del riciclaggio del denaro sporco, prosperano nelle crisi e si abbandonano in tutta impunità al saccheggio della cosa pubblica. Operazioni di facciata vengono lanciate di tanto in tanto contro i paradisi bancari e fiscali in piena espansione, per gettare fumo negli occhi e dare l&#8217;illusione che li si sta combattendo,<br />
quando i governi, se veramente ne avessero<br />
l&#8217;intenzione, potrebbero metterli in condizioni di non nuocere nello spazio di una giornata. Alla &#8220;tolleranza zero&#8221; raccomandata un po&#8217; dappertutto contro la piccola delinquenza del precariato e della disoccupazione fa da contraltare la &#8220;repressione zero&#8221; contro la grande criminalità finanziaria.Sistematicamente messa in luce dagli &#8220;scandali&#8221; che incidentalmente coinvolgono, in un paese o in un altro, un&#8217;impresa o una banca, un dirigente o un<br />
partito politico, un cartello o una mafia, la<br />
criminalità finanziaria sembra impenetrabile. Questa massa di transazioni relative ad operazioni illecite considerate delitti o semplici infrazioni a seconda delle legislazioni nazionali o degli accordi<br />
internazionali viene solitamente fatta passare per una serie di accidentali disfunzioni dell&#8217;economia e  della democrazia liberale, che una &#8220;buona azione di governo&#8221; è comunque in grado di riassorbire. Il contrario esatto di ciò che è in realtà: un sistema coerente, intimamente legato all&#8217;espansione del  capitalismo moderno, basato sul sodalizio fra tre partner: governi, imprese transnazionali e mafie. Ma gli affari sono affari: la minalità finanziaria è innanzitutto un mercato, ove vige la legge della domanda e dell&#8217;offerta business as usual. Le grandi organizzazioni criminali devono necessariamente avvalersi della complicità degli ambienti affaristici e del &#8220;laisser-faire&#8221; del potere politico per poter far fruttare, mediante il riciclaggio,<br />
 i profitti eccezionali delle loro attività. Per rafforzare le loro posizioni e aumentare i guadagni, smantellare o contrastare la concorrenza, assicurarsi&#8221;contratti del colo&#8221;, finanziare le loro operazioni illecite, le imprese transnazionali hanno bisogno del<br />
  sostegno dei governi e della neutralità degli organi<br />
    di regolamentazione. Quanto al personale politico,<br />
    diretta parte in causa, il suo potere d&#8217;intervento è<br />
    legato agli appoggi e ai finanziamenti che ne<br />
    garantiranno la perpetua inamovibilità. Questa<br />
    collusione d&#8217;interessi costituisce una componente<br />
    essenziale dell&#8217;economia mondiale, il lubrificante<br />
    indispensabile per un &#8220;buon&#8221; funzionamento del<br />
    capitalismo. Un funzionamento che è stato<br />
    notevolmente perfezionato per effetto di tre fattori<br />
    congiunti. La completa liberalizzazione dei<br />
    movimenti di capitali che, dalla fine degli anni 80,<br />
    sfuggono ad ogni forma di controllo, nazionale o<br />
    internazionale. La dilatazione e smaterializzazione<br />
    delle transazioni finanziarie, accelerate dalla<br />
    rivoluzione tecnologica delle comunicazioni. Infine,<br />
    la sempre maggiore affidabilità di un arcipelago<br />
    planetario di aree specializzate nella gestione<br />
    compiacente della criminalità finanziaria: i paradisi<br />
    fiscali (si legga l&#8217;articolo a pag 9).<br />
    La rivoluzione non è una cena di gala, diceva Mao<br />
    Tse-tung.<br />
    Tantomeno lo è la concorrenza, che sembra avere<br />
    poco a che fare con quei tornei di prodi cavalieri<br />
    declamati dai cantori delle epopee liberiste, in cui,<br />
    illuminato dalla grazia del Dio-mercato, vince il<br />
    migliore miglior prodotto, miglior servizio e miglior<br />
    prezzo. Come nei duelli feudali, per vincere la guerra<br />
    economica è invece concesso ogni colpo, anche il più<br />
    basso. Quanto alle armi, non manca di certo la<br />
    scelta: intese e cartelli, abusi di posizione<br />
    dominante, dumping e vendite forzate, aggiotaggi e<br />
    speculazioni, assorbimento o smembramento della<br />
    concorrenza, falsi in bilancio, manomissioni dei libri<br />
    contabili e dei costi di trasferimento, frodi e<br />
    evasioni fiscali attraverso filiali off-shore e<br />
    società-ombra, sottrazione di crediti pubblici e<br />
    mercati truccati, corruzione e commissioni occulte,<br />
    arricchimenti illeciti e abusi di beni sociali, vigilanza<br />
    e spionaggio, ricatti e delazioni, violazioni dei<br />
    regolamenti in materia di diritto del lavoro e libertà<br />
    sindacale, di igiene e di sicurezza, di contributi<br />
    sociali, di inquinamento e rispetto ambientale (1).<br />
    Ad esse vanno aggiunte le pratiche in vigore nelle<br />
    zone franche che prosperano ormai nel mondo<br />
    intero, anche in Europa e in Francia (si veda la<br />
    cartina a pagina 9), zone di non-diritto, totalmente<br />
    o parzialmente al di fuori delle leggi ordinarie,<br />
    soprattutto in materia sociale, fiscale e finanziaria<br />
    (2).<br />
    Possiamo ritrovare tali operazioni in tutti i grandi<br />
    settori d&#8217;attività e su tutti i mercati: armamenti,<br />
    petrolio, lavori pubblici, aviazione civile, trasporto<br />
    aereo, ferroviario e marittimo, telecomunicazioni,<br />
    banche e assicurazioni, settore chimico e<br />
    agro-alimentare Ad esse sono legate notevoli<br />
    sottrazioni di fondi, che escono dai libri contabili<br />
    delle società trasnazionali per approdare in qualche<br />
    paradiso fiscale. Un saccheggio fenomenale, di cui<br />
    non sarà mai dato il minimo conto globale. Per<br />
    realizzarlo, i loro autori hanno bisogno del potere<br />
    dello stato e di quello degli organismi nazionali e<br />
    internazionali, soprattutto della loro capacità di<br />
    promulgare regolamentazioni vincolanti il minimo<br />
    possibile e di sopprimere o rendere inapplicabili<br />
    quelle già esistenti, procrastinando all&#8217;infinito o<br />
    paralizzando le inchieste e le istruttorie e riducendo<br />
    o amnistiando le eventuali pene. In cambio si<br />
    offrono di &#8220;finanziare la democrazia&#8221;. E si danno un<br />
    bel da fare: campagne elettorali per alcuni partiti,<br />
    promozione delle personalità politiche o degli alti<br />
    funzionari più promettenti, seguiti e &#8220;marcati stretti&#8221;<br />
    da un esercito di consulenti, vere e proprie lobby,<br />
    presenti in tutti gli organismi decisionali (3),<br />
    incaricate di aiutarli a fare la &#8220;scelta giusta&#8221; e di<br />
    corromperli.<br />
    Infine, non hanno alcuna ripugnanza a ricorrere, se<br />
    necessario, ai servigi delle organizzazioni criminali<br />
    professioniste. Contro i lavoratori, traffichini di ogni<br />
    sorta venduti al padronato, sindacati<br />
    &#8220;collaborazionisti&#8221;, crumiri, milizie private e<br />
    squadroni della morte imperversano nella maggior<br />
    parte delle loro filiali e tra i loro fornitori<br />
    delocalizzati nei paesi del Sud. Contro gli azionisti<br />
    ribelli, che in Giappone, durante le assemblee<br />
    generali, sono posti sotto la sorveglianza della<br />
    jakuza. O, ancora, per l&#8217;esecuzione di &#8220;contratti&#8221; nei<br />
    confronti di intermediari diventati troppo scomodi o<br />
    di inquirenti troppo curiosi: si è perso il conto degli<br />
    uomini d&#8217;affari, banchieri, politici, giudici, avvocati o<br />
    giornalisti &#8220;suicidati&#8221; con un cappuccino al cianuro,<br />
    impiccati o caduti dal decimo piano con le mani<br />
    legate dietro la schiena, trovati con due pallottole in<br />
    testa, annegati ancora vestiti in una pozza d&#8217;acqua<br />
    o nella loro vasca da bagno, scivolati sotto un<br />
    autobus o in una vasca piena di cemento o di acido,<br />
    caduti in mare dal loro yacht pieno di guardie del<br />
    corpo, scomparsi in volo o in automobile Le nuove<br />
    gang Le banche e le grandi imprese sono<br />
    interessate, più di ogni altra cosa, ad intercettare,<br />
    dopo averlo riciclato, il denaro proveniente dagli<br />
    affari del grande crimine organizzato. Accanto alle<br />
    attività tradizionali droga, racket, rapimenti, gioco<br />
    d&#8217;azzardo, sfruttamento della prostituzione (delle<br />
    donne e dei bambini), contrabbando (alcool,<br />
    tabacco, medicinali), rapine a mano armata, denaro<br />
    falso e false fatture, frode fiscale e sottrazione di<br />
    fondi pubblici prosperano oggi nuovi mercati: traffico<br />
    di manodopera clandestina e di rifugiati in fuga,<br />
    pirateria informatica, traffici d&#8217;oggetti d&#8217;arte e<br />
    d&#8217;antiquarato, di auto rubate e singoli pezzi, di<br />
    specie protette e organi umani, contraffazioni,<br />
    traffici d&#8217;armi, di scorie tossiche e di prodotti<br />
    nucleari Ogni paese ospita i suoi circuiti criminali. Le<br />
    organizzazioni più importanti e di più lunga data si<br />
    trovano nei centri del capitalismo: negli Stati uniti<br />
    (Cosa Nostra), in Europa (la mafia siciliana), in Asia<br />
    (le triadi cinesi e le jakuza giapponesi). Negli ultimi<br />
    decenni se ne sono però sviluppate altre, come i<br />
    cartelli colombiani in America latina o le mafie<br />
    russe. Centinaia di gruppi antagonisti si spartiscono<br />
    i mercati nazionali e internazionali del crimine,<br />
    stringendo alleanze e accordi di sub-appalto, con la<br />
    tendenza a moltiplicarsi in piccole unità flessibili e<br />
    mobili, specializzate su un segmento particolare o<br />
    su un settore portante del mercato. I profitti annuali<br />
    del traffico di droga (cannabis, cocaina, eroina) sono<br />
    stimati tra i 300 e i 500 miliardi di dollari (senza<br />
    contare le droghe sintetiche, il cui settore conosce<br />
    uno sviluppo eccezionale), cioè tra l&#8217;8 e il 10 % del<br />
    commercio mondiale (4). Il volume d&#8217;affari della<br />
    pirateria informatica supera i 200 miliardi di dollari,<br />
    quello della contraffazione i 100 miliardi; quello<br />
    della frode al bilancio comunitario europeo si aggira<br />
    tra i 10 e i 15 miliardi di dollari, quello del traffico di<br />
    animali sulla ventina di miliardi. In totale,<br />
    considerando solo le attività transnazionali fra cui la<br />
    &#8220;tratta delle bianche&#8221; il prodotto mondiale lordo<br />
    delle attività criminali supera ampiamente i 1.000<br />
    miliardi di dollari annui, una cifra pari al 20 % del<br />
    commercio mondiale.<br />
    Anche ammettendo che le spese (produzione e<br />
    fornitori, intermediari e corruzione, investimenti e<br />
    costi di gestione, perdite legate a sequestri<br />
    giudiziari e azioni di repressione) siano pari a circa il<br />
    50% del volume d&#8217;affari, rimangono 500 miliardi di<br />
    dollari annui. Cioè, su un periodo di dieci anni,<br />
    5.000 miliardi di dollari, una somma tre volte più<br />
    alta delle riserve di valuta di tutte le banche centrali<br />
    messe insieme (5), un quarto della capitalizzazione<br />
    complessiva delle cinque maggiori piazze borsistiche<br />
    mondiali, dieci volte quella della borsa di Parigi (6).<br />
    Si tratta di gestire questa somma gigantesca, che<br />
    non è però possibile smaltire in piccole quantità<br />
    (7). Una miniera d&#8217;oro che potrebbe mandare in<br />
    fibrillazione tutti i finanzieri del mondo. E si dà il<br />
    caso che proprio del loro aiuto hanno urgente<br />
    bisogno le organizzazioni criminali, per riciclare<br />
    questo denaro ed immetterlo nel circuito legale. Per<br />
    tale operazione sono disposti a pagare<br />
    profumatamente; e lo fanno, investendo circa un<br />
    terzo dei profitti totali delle loro attività: 150<br />
    miliardi di dollari, divisi tra circuiti bancari e<br />
    intermediari vari (avvocati, mediatori, responsabili<br />
    di trust e di crediti fiduciari). Con il risultato che<br />
    ogni anno vengono riciclati e reinvestiti più di 350<br />
    miliardi di dollari, cioè 1 miliardo di dollari al giorno.<br />
    Nessun settore d&#8217;attività raggiunge cifre simili e<br />
    nessuno può eguagliare tale volume di scambi, pari<br />
    alla metà o ai due terzi degli investimenti diretti<br />
    esteri (Ide) (8). Le organizzazioni criminali<br />
    multinazionali, fedeli seguaci del mercato e della<br />
    globalizzazione, di cui conoscono a menadito il<br />
    funzionamento, non vanno certo ad intasare le<br />
    casse di risparmio. Vanno invece a caccia dei più<br />
    elevati tassi di profitto: fondi a rischio (hedge<br />
    funds) e speculazioni finanziarie di cui gonfiano la<br />
    bolla, mercati emergenti, immobiliare e nuove<br />
    tecnologie.<br />
    Assicurandosi in tal modo solidi profitti nei settori<br />
    più fiorenti dell&#8217;industria e del commercio. Sono<br />
    quindi il fattore lubrificante della poderosa<br />
    espansione del capitalismo moderno, in un sodalizio<br />
    permanente con le imprese transnazionali in cui<br />
    hanno investito e con le banche che gestiscono i<br />
    loro fondi.<br />
    Rimane loro poi abbastanza denaro per garantirsi un<br />
    certo tenore di vita e partecipare al finanziamento e<br />
    alla corruzione dei partiti e degli esponenti politici,<br />
    che meglio di chiunque altro sono in grado di<br />
    mantenere immutato un sistema così conveniente.<br />
    Ed è proprio questo il contributo offerto dall&#8217;ultimo<br />
    partner, il potere politico-burocratico, in cambio di<br />
    un aiuto finanziario che gli consente di rimanere al<br />
    suo posto, di riassestarsi dopo eventuali scosse, se<br />
    non addirittura di arricchirsi. Suo compito è fornire<br />
    l&#8217;illusione che sia in corso una lotta permanente,<br />
    costantemente rinforzata e coordinata a livello<br />
    internazionale governativo, poliziesco e giudiziario<br />
    contro la criminalità finanziaria (corruzione, traffici,<br />
    riciclaggio), senza tuttavia mettere in pericolo il<br />
    funzionamento del sistema. Cambiare tutto per non<br />
    cambiare niente. Il fallimento della più che<br />
    trentennale guerra internazionale al narcotraffico<br />
    conferma il &#8220;successo&#8221; di questa formula. Possiamo<br />
    prevedere un esito simile per la lotta contro il<br />
    riciclaggio del denaro sporco e la corruzione,<br />
    rilanciata in modo eclatante al vertice del G 7<br />
    dell&#8217;Arche, a Parigi, nel 1989, in cui venivano<br />
    mobilitati, oltre ai paesi membri, l&#8217;Organizzazione<br />
    delle Nazioni unite (Onu), l&#8217;Organizzazione della<br />
    cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), il<br />
    Fondo monetario internazionale (Fmi), la Banca dei<br />
    regolamenti internazionali (Bri) e l&#8217;Unione europea<br />
    Sono stati creati organismi ad hoc (9), firmate e<br />
    ratificate convenzioni internazionali sulla<br />
    repressione della corruzione nei mercati<br />
    internazionali (10), la collaborazione tra polizie e la<br />
    cooperazione tra organi giudiziari (11), moltiplicati<br />
    colloqui e studi, commissioni di inchiesta e rapporti<br />
    vari. Il tutto accompagnato da grandi dichiarazioni<br />
    di severità e impegno da parte dei leader, senza che<br />
    il sistema della criminalità finanziaria ne sia<br />
    risultato minimamente intaccato. Un sistema che<br />
    sta per sconfiggere, per logoramento, anche quei<br />
    pochi virtuosi che si ostinano a combatterlo, come<br />
    conferma il diffuso sentimento di stanchezza<br />
    provato dai giudici e dai poliziotti impegnati in Italia<br />
    nell&#8217;esemplare operazione &#8220;mani pulite&#8221;. O il grido<br />
    d&#8217;allarme lanciato alla fine del 1996 da sette esperti<br />
    giudici europei l&#8217;&#8221;appello di Ginevra&#8221; rimasto senza<br />
    seguito (12).<br />
    Quanto allo smantellamento dei paradisi fiscali,<br />
    paradisi del crimine e basi fondamentali per<br />
    l&#8217;occultamento delle malversazioni finanziarie, è<br />
    fuori discussione. Il massimo che si può fare è<br />
    incitarli ad adottare codici di buona condotta, una<br />
    misura tanto efficace quanto può essere affidare i<br />
    trasporti di capitali alla mafia dopo averle fatto<br />
    sottoscrivere l&#8217;impegno morale di sottoporre i suoi<br />
    veicoli a verifiche regolari. Fuori discussione è anche<br />
    la possibilità di mettere in piedi un meccanismo di<br />
    cooperazione internazionale permanente, o uno<br />
    spazio giuridico comune europeo, che al limite è<br />
    argomento di timide discussioni, quando ora ci<br />
    vogliono diciotto mesi di attesa perché una<br />
    domanda di cooperazione giudiziaria inviata da<br />
    Parigi a Ginevra ottenga una risposta. Addirittura si<br />
    sta sviluppando, sotto l&#8217;egida degli Stati uniti,<br />
    principale partner della criminalità finanziaria<br />
    internazionale, un&#8217;operazione di razionalizzazione,<br />
    ovvero di americanizzazione, delle tecniche di<br />
    corruzione, che mira a sostituire le pratiche, ormai<br />
    un po&#8217; obsolete, delle tangenti e delle commissioni<br />
    occulte (o palesi) con quella delle lobby di<br />
    pressione, più efficaci e presentabili. Un settore<br />
    d&#8217;attività in cui gli Stati uniti possono godere di un<br />
    vantaggio considerevole rispetto ai loro concorrenti,<br />
    non solo per la loro esperienza, ma anche perché le<br />
    loro multinazionali possono mettere a disposizione<br />
    gli enormi mezzi di intervento finanziari e logistici di<br />
    cui dispongono, ivi compresa la mobilitazione dei<br />
    servizi segreti del più potente apparato statale del<br />
    mondo, passati direttamente dalla guerra fredda<br />
    alla guerra economica.<br />
    Prova ne è il successo riportato presso i media dalla<br />
    pubblicazione di un indice annuo delle quotazioni<br />
    dei paesi corruttori e corrotti stabilito dalla<br />
    Transparency International, una lobby che fa capo<br />
    alla Cia, finanziata da governi e da imprese esperte<br />
    in materia, per lo più americane, come Lockheed,<br />
    Boeing, Ibm, General Motors, Exxon, General Electric<br />
    o Texaco (13). Le campagne anti-corruzione, di cui<br />
    si fanno portavoce gli organismi internazionali<br />
    (Banca mondiale, Fmi, Ocse) non hanno altro<br />
    obiettivo che la &#8220;buona gestione&#8221; di una criminalità<br />
    finanziaria diventata ormai parte integrante della<br />
    globalizzazione dei mercati, guidata dalla<br />
    democrazia più corrotta del pianeta, quella<br />
    americana.<br />
    La sfrenata corsa al profitto e all&#8217;accumulazione di<br />
    capitali, con ogni mezzo, si concretizza nella<br />
    spoliazione generalizzata del prodotto del lavoro<br />
    umano e delle ricchezze comuni, e comporta la<br />
    corruzione dei costumi della classe dirigente. Ai<br />
    baroni ladri succedono ora i principi predoni.</p>
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