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“La criminalità blocca l’economia e limita l’autorità dello Stato”
Pubblicato il febbraio 24th, 2010 1 commentoI Vescovi della C.E.I.
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Cessioni di sovranità e globalizzazione liberista che permettono ai capitali di circolare senza controllo da un capo all’altro del mondo hanno favorito l’esplosione di un mercato finanziario fuori legge che, lubrificato dai profitti della grande criminalità,è diventato il motore dell’espansione capitalista.
Governi, mafie e società transnazionali, soci in affari nell’arcipelago planetario del riciclaggio del denaro sporco, prosperano nelle crisi e si abbandonano in tutta impunità al saccheggio della cosa pubblica. Operazioni di facciata vengono lanciate di tanto in tanto contro i paradisi bancari e fiscali in piena espansione, per gettare fumo negli occhi e dare l’illusione che li si sta combattendo,
quando i governi, se veramente ne avessero
l’intenzione, potrebbero metterli in condizioni di non nuocere nello spazio di una giornata. Alla “tolleranza zero” raccomandata un po’ dappertutto contro la piccola delinquenza del precariato e della disoccupazione fa da contraltare la “repressione zero” contro la grande criminalità finanziaria.Sistematicamente messa in luce dagli “scandali” che incidentalmente coinvolgono, in un paese o in un altro, un’impresa o una banca, un dirigente o un
partito politico, un cartello o una mafia, la
criminalità finanziaria sembra impenetrabile. Questa massa di transazioni relative ad operazioni illecite considerate delitti o semplici infrazioni a seconda delle legislazioni nazionali o degli accordi
internazionali viene solitamente fatta passare per una serie di accidentali disfunzioni dell’economia e della democrazia liberale, che una “buona azione di governo” è comunque in grado di riassorbire. Il contrario esatto di ciò che è in realtà: un sistema coerente, intimamente legato all’espansione del capitalismo moderno, basato sul sodalizio fra tre partner: governi, imprese transnazionali e mafie. Ma gli affari sono affari: la minalità finanziaria è innanzitutto un mercato, ove vige la legge della domanda e dell’offerta business as usual. Le grandi organizzazioni criminali devono necessariamente avvalersi della complicità degli ambienti affaristici e del “laisser-faire” del potere politico per poter far fruttare, mediante il riciclaggio,
i profitti eccezionali delle loro attività. Per rafforzare le loro posizioni e aumentare i guadagni, smantellare o contrastare la concorrenza, assicurarsi”contratti del colo”, finanziare le loro operazioni illecite, le imprese transnazionali hanno bisogno del
sostegno dei governi e della neutralità degli organi
di regolamentazione. Quanto al personale politico,
diretta parte in causa, il suo potere d’intervento è
legato agli appoggi e ai finanziamenti che ne
garantiranno la perpetua inamovibilità. Questa
collusione d’interessi costituisce una componente
essenziale dell’economia mondiale, il lubrificante
indispensabile per un “buon” funzionamento del
capitalismo. Un funzionamento che è stato
notevolmente perfezionato per effetto di tre fattori
congiunti. La completa liberalizzazione dei
movimenti di capitali che, dalla fine degli anni 80,
sfuggono ad ogni forma di controllo, nazionale o
internazionale. La dilatazione e smaterializzazione
delle transazioni finanziarie, accelerate dalla
rivoluzione tecnologica delle comunicazioni. Infine,
la sempre maggiore affidabilità di un arcipelago
planetario di aree specializzate nella gestione
compiacente della criminalità finanziaria: i paradisi
fiscali (si legga l’articolo a pag 9).
La rivoluzione non è una cena di gala, diceva Mao
Tse-tung.
Tantomeno lo è la concorrenza, che sembra avere
poco a che fare con quei tornei di prodi cavalieri
declamati dai cantori delle epopee liberiste, in cui,
illuminato dalla grazia del Dio-mercato, vince il
migliore miglior prodotto, miglior servizio e miglior
prezzo. Come nei duelli feudali, per vincere la guerra
economica è invece concesso ogni colpo, anche il più
basso. Quanto alle armi, non manca di certo la
scelta: intese e cartelli, abusi di posizione
dominante, dumping e vendite forzate, aggiotaggi e
speculazioni, assorbimento o smembramento della
concorrenza, falsi in bilancio, manomissioni dei libri
contabili e dei costi di trasferimento, frodi e
evasioni fiscali attraverso filiali off-shore e
società-ombra, sottrazione di crediti pubblici e
mercati truccati, corruzione e commissioni occulte,
arricchimenti illeciti e abusi di beni sociali, vigilanza
e spionaggio, ricatti e delazioni, violazioni dei
regolamenti in materia di diritto del lavoro e libertà
sindacale, di igiene e di sicurezza, di contributi
sociali, di inquinamento e rispetto ambientale (1).
Ad esse vanno aggiunte le pratiche in vigore nelle
zone franche che prosperano ormai nel mondo
intero, anche in Europa e in Francia (si veda la
cartina a pagina 9), zone di non-diritto, totalmente
o parzialmente al di fuori delle leggi ordinarie,
soprattutto in materia sociale, fiscale e finanziaria
(2).
Possiamo ritrovare tali operazioni in tutti i grandi
settori d’attività e su tutti i mercati: armamenti,
petrolio, lavori pubblici, aviazione civile, trasporto
aereo, ferroviario e marittimo, telecomunicazioni,
banche e assicurazioni, settore chimico e
agro-alimentare Ad esse sono legate notevoli
sottrazioni di fondi, che escono dai libri contabili
delle società trasnazionali per approdare in qualche
paradiso fiscale. Un saccheggio fenomenale, di cui
non sarà mai dato il minimo conto globale. Per
realizzarlo, i loro autori hanno bisogno del potere
dello stato e di quello degli organismi nazionali e
internazionali, soprattutto della loro capacità di
promulgare regolamentazioni vincolanti il minimo
possibile e di sopprimere o rendere inapplicabili
quelle già esistenti, procrastinando all’infinito o
paralizzando le inchieste e le istruttorie e riducendo
o amnistiando le eventuali pene. In cambio si
offrono di “finanziare la democrazia”. E si danno un
bel da fare: campagne elettorali per alcuni partiti,
promozione delle personalità politiche o degli alti
funzionari più promettenti, seguiti e “marcati stretti”
da un esercito di consulenti, vere e proprie lobby,
presenti in tutti gli organismi decisionali (3),
incaricate di aiutarli a fare la “scelta giusta” e di
corromperli.
Infine, non hanno alcuna ripugnanza a ricorrere, se
necessario, ai servigi delle organizzazioni criminali
professioniste. Contro i lavoratori, traffichini di ogni
sorta venduti al padronato, sindacati
“collaborazionisti”, crumiri, milizie private e
squadroni della morte imperversano nella maggior
parte delle loro filiali e tra i loro fornitori
delocalizzati nei paesi del Sud. Contro gli azionisti
ribelli, che in Giappone, durante le assemblee
generali, sono posti sotto la sorveglianza della
jakuza. O, ancora, per l’esecuzione di “contratti” nei
confronti di intermediari diventati troppo scomodi o
di inquirenti troppo curiosi: si è perso il conto degli
uomini d’affari, banchieri, politici, giudici, avvocati o
giornalisti “suicidati” con un cappuccino al cianuro,
impiccati o caduti dal decimo piano con le mani
legate dietro la schiena, trovati con due pallottole in
testa, annegati ancora vestiti in una pozza d’acqua
o nella loro vasca da bagno, scivolati sotto un
autobus o in una vasca piena di cemento o di acido,
caduti in mare dal loro yacht pieno di guardie del
corpo, scomparsi in volo o in automobile Le nuove
gang Le banche e le grandi imprese sono
interessate, più di ogni altra cosa, ad intercettare,
dopo averlo riciclato, il denaro proveniente dagli
affari del grande crimine organizzato. Accanto alle
attività tradizionali droga, racket, rapimenti, gioco
d’azzardo, sfruttamento della prostituzione (delle
donne e dei bambini), contrabbando (alcool,
tabacco, medicinali), rapine a mano armata, denaro
falso e false fatture, frode fiscale e sottrazione di
fondi pubblici prosperano oggi nuovi mercati: traffico
di manodopera clandestina e di rifugiati in fuga,
pirateria informatica, traffici d’oggetti d’arte e
d’antiquarato, di auto rubate e singoli pezzi, di
specie protette e organi umani, contraffazioni,
traffici d’armi, di scorie tossiche e di prodotti
nucleari Ogni paese ospita i suoi circuiti criminali. Le
organizzazioni più importanti e di più lunga data si
trovano nei centri del capitalismo: negli Stati uniti
(Cosa Nostra), in Europa (la mafia siciliana), in Asia
(le triadi cinesi e le jakuza giapponesi). Negli ultimi
decenni se ne sono però sviluppate altre, come i
cartelli colombiani in America latina o le mafie
russe. Centinaia di gruppi antagonisti si spartiscono
i mercati nazionali e internazionali del crimine,
stringendo alleanze e accordi di sub-appalto, con la
tendenza a moltiplicarsi in piccole unità flessibili e
mobili, specializzate su un segmento particolare o
su un settore portante del mercato. I profitti annuali
del traffico di droga (cannabis, cocaina, eroina) sono
stimati tra i 300 e i 500 miliardi di dollari (senza
contare le droghe sintetiche, il cui settore conosce
uno sviluppo eccezionale), cioè tra l’8 e il 10 % del
commercio mondiale (4). Il volume d’affari della
pirateria informatica supera i 200 miliardi di dollari,
quello della contraffazione i 100 miliardi; quello
della frode al bilancio comunitario europeo si aggira
tra i 10 e i 15 miliardi di dollari, quello del traffico di
animali sulla ventina di miliardi. In totale,
considerando solo le attività transnazionali fra cui la
“tratta delle bianche” il prodotto mondiale lordo
delle attività criminali supera ampiamente i 1.000
miliardi di dollari annui, una cifra pari al 20 % del
commercio mondiale.
Anche ammettendo che le spese (produzione e
fornitori, intermediari e corruzione, investimenti e
costi di gestione, perdite legate a sequestri
giudiziari e azioni di repressione) siano pari a circa il
50% del volume d’affari, rimangono 500 miliardi di
dollari annui. Cioè, su un periodo di dieci anni,
5.000 miliardi di dollari, una somma tre volte più
alta delle riserve di valuta di tutte le banche centrali
messe insieme (5), un quarto della capitalizzazione
complessiva delle cinque maggiori piazze borsistiche
mondiali, dieci volte quella della borsa di Parigi (6).
Si tratta di gestire questa somma gigantesca, che
non è però possibile smaltire in piccole quantità
(7). Una miniera d’oro che potrebbe mandare in
fibrillazione tutti i finanzieri del mondo. E si dà il
caso che proprio del loro aiuto hanno urgente
bisogno le organizzazioni criminali, per riciclare
questo denaro ed immetterlo nel circuito legale. Per
tale operazione sono disposti a pagare
profumatamente; e lo fanno, investendo circa un
terzo dei profitti totali delle loro attività: 150
miliardi di dollari, divisi tra circuiti bancari e
intermediari vari (avvocati, mediatori, responsabili
di trust e di crediti fiduciari). Con il risultato che
ogni anno vengono riciclati e reinvestiti più di 350
miliardi di dollari, cioè 1 miliardo di dollari al giorno.
Nessun settore d’attività raggiunge cifre simili e
nessuno può eguagliare tale volume di scambi, pari
alla metà o ai due terzi degli investimenti diretti
esteri (Ide) (8). Le organizzazioni criminali
multinazionali, fedeli seguaci del mercato e della
globalizzazione, di cui conoscono a menadito il
funzionamento, non vanno certo ad intasare le
casse di risparmio. Vanno invece a caccia dei più
elevati tassi di profitto: fondi a rischio (hedge
funds) e speculazioni finanziarie di cui gonfiano la
bolla, mercati emergenti, immobiliare e nuove
tecnologie.
Assicurandosi in tal modo solidi profitti nei settori
più fiorenti dell’industria e del commercio. Sono
quindi il fattore lubrificante della poderosa
espansione del capitalismo moderno, in un sodalizio
permanente con le imprese transnazionali in cui
hanno investito e con le banche che gestiscono i
loro fondi.
Rimane loro poi abbastanza denaro per garantirsi un
certo tenore di vita e partecipare al finanziamento e
alla corruzione dei partiti e degli esponenti politici,
che meglio di chiunque altro sono in grado di
mantenere immutato un sistema così conveniente.
Ed è proprio questo il contributo offerto dall’ultimo
partner, il potere politico-burocratico, in cambio di
un aiuto finanziario che gli consente di rimanere al
suo posto, di riassestarsi dopo eventuali scosse, se
non addirittura di arricchirsi. Suo compito è fornire
l’illusione che sia in corso una lotta permanente,
costantemente rinforzata e coordinata a livello
internazionale governativo, poliziesco e giudiziario
contro la criminalità finanziaria (corruzione, traffici,
riciclaggio), senza tuttavia mettere in pericolo il
funzionamento del sistema. Cambiare tutto per non
cambiare niente. Il fallimento della più che
trentennale guerra internazionale al narcotraffico
conferma il “successo” di questa formula. Possiamo
prevedere un esito simile per la lotta contro il
riciclaggio del denaro sporco e la corruzione,
rilanciata in modo eclatante al vertice del G 7
dell’Arche, a Parigi, nel 1989, in cui venivano
mobilitati, oltre ai paesi membri, l’Organizzazione
delle Nazioni unite (Onu), l’Organizzazione della
cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), il
Fondo monetario internazionale (Fmi), la Banca dei
regolamenti internazionali (Bri) e l’Unione europea
Sono stati creati organismi ad hoc (9), firmate e
ratificate convenzioni internazionali sulla
repressione della corruzione nei mercati
internazionali (10), la collaborazione tra polizie e la
cooperazione tra organi giudiziari (11), moltiplicati
colloqui e studi, commissioni di inchiesta e rapporti
vari. Il tutto accompagnato da grandi dichiarazioni
di severità e impegno da parte dei leader, senza che
il sistema della criminalità finanziaria ne sia
risultato minimamente intaccato. Un sistema che
sta per sconfiggere, per logoramento, anche quei
pochi virtuosi che si ostinano a combatterlo, come
conferma il diffuso sentimento di stanchezza
provato dai giudici e dai poliziotti impegnati in Italia
nell’esemplare operazione “mani pulite”. O il grido
d’allarme lanciato alla fine del 1996 da sette esperti
giudici europei l’”appello di Ginevra” rimasto senza
seguito (12).
Quanto allo smantellamento dei paradisi fiscali,
paradisi del crimine e basi fondamentali per
l’occultamento delle malversazioni finanziarie, è
fuori discussione. Il massimo che si può fare è
incitarli ad adottare codici di buona condotta, una
misura tanto efficace quanto può essere affidare i
trasporti di capitali alla mafia dopo averle fatto
sottoscrivere l’impegno morale di sottoporre i suoi
veicoli a verifiche regolari. Fuori discussione è anche
la possibilità di mettere in piedi un meccanismo di
cooperazione internazionale permanente, o uno
spazio giuridico comune europeo, che al limite è
argomento di timide discussioni, quando ora ci
vogliono diciotto mesi di attesa perché una
domanda di cooperazione giudiziaria inviata da
Parigi a Ginevra ottenga una risposta. Addirittura si
sta sviluppando, sotto l’egida degli Stati uniti,
principale partner della criminalità finanziaria
internazionale, un’operazione di razionalizzazione,
ovvero di americanizzazione, delle tecniche di
corruzione, che mira a sostituire le pratiche, ormai
un po’ obsolete, delle tangenti e delle commissioni
occulte (o palesi) con quella delle lobby di
pressione, più efficaci e presentabili. Un settore
d’attività in cui gli Stati uniti possono godere di un
vantaggio considerevole rispetto ai loro concorrenti,
non solo per la loro esperienza, ma anche perché le
loro multinazionali possono mettere a disposizione
gli enormi mezzi di intervento finanziari e logistici di
cui dispongono, ivi compresa la mobilitazione dei
servizi segreti del più potente apparato statale del
mondo, passati direttamente dalla guerra fredda
alla guerra economica.
Prova ne è il successo riportato presso i media dalla
pubblicazione di un indice annuo delle quotazioni
dei paesi corruttori e corrotti stabilito dalla
Transparency International, una lobby che fa capo
alla Cia, finanziata da governi e da imprese esperte
in materia, per lo più americane, come Lockheed,
Boeing, Ibm, General Motors, Exxon, General Electric
o Texaco (13). Le campagne anti-corruzione, di cui
si fanno portavoce gli organismi internazionali
(Banca mondiale, Fmi, Ocse) non hanno altro
obiettivo che la “buona gestione” di una criminalità
finanziaria diventata ormai parte integrante della
globalizzazione dei mercati, guidata dalla
democrazia più corrotta del pianeta, quella
americana.
La sfrenata corsa al profitto e all’accumulazione di
capitali, con ogni mezzo, si concretizza nella
spoliazione generalizzata del prodotto del lavoro
umano e delle ricchezze comuni, e comporta la
corruzione dei costumi della classe dirigente. Ai
baroni ladri succedono ora i principi predoni.
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gigi febbraio 27th, 2010 alle 22:41