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  • Il tesseramento del PDL vince ma non convince

    Pubblicato il novembre 4th, 2011 Max 1 commento

    di Massimo Greco
    Fin quando il sistema politico non troverà forme alternative di partecipazione democratica, i partiti politici rimangono gli unici strumenti di cui è dotato il nostro ordinamento per consentire ai cittadini di concorrere con metodo democratico a determinare la politiche pubbliche dei diversi livelli istituzionali.


    L’art. 49 della Costituzione prevede infatti che “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Per il successivo art. 51 “Tutti i cittadini dell’uno o dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge”. Due disposizioni costituzionali che concorrono ad irrobustire il diritto di elettorato passivo di ogni cittadino ad assumere cariche elettive ed a determinare le politiche pubbliche anche per il tramite dei partiti politici.

    Quali organizzazioni proprie della società civile e protagonisti indefettibili della vita politica ed istituzionale dello Stato italiano, i partiti politici godono quindi di una sfera di attribuzioni riservata e protetta perché “titolari ex lege di alcune pubbliche funzioni, in quanto ciò riguarda le elezioni, il funzionamento dei corpi rappresentativi ed il contributo dei cittadini, con metodo democratico, alla formazione della politica nazionale, ossia della funzione d’indirizzo politico[1]

    Le funzioni da loro svolte, oltrechè pubbliche, sono anche costituzionalmente rilevanti, perché trovano fondamento nel citato art. 49 Cost.. Esse non possono quindi essere lese dall’autonomia, cosiddetta interna, riconosciuta ai partiti senza con ciò ledere il ruolo fondamentale che la Costituzione assegna agli stessi. I partiti politici sono infatti il principale, se non unico, strumento attraverso cui si esprime il pluralismo politico dei cittadini, i quali, loro tramite, possono partecipare quotidianamente alla determinazione della politica nazionale. Al riguardo è decisivo rilevare che “i partiti politici sono garantiti dalla carta costituzionale – nella prospettiva dei diritto dei cittadini di associarsi – quali strumenti di rappresentanza di interessi politicamente organizzati; diritto di associazione al quale si ricollega la garanzia del pluralismo[2].

    I partiti, quindi, concorrono alla formazione e manifestazione della volontà popolare e sono strumento fondamentale per la partecipazione politica e democratica. Le funzioni attribuite ai medesimi nel procedimento elettorale – deposito contrassegni delle candidature individuali e di lista, raccolta firme, selezione delle candidature, presentazione delle liste, campagna elettorale, applicazione della par condicio – costituiscono l’unico modo costituzionalmente possibile e legittimo perché nelle odierne democrazie rappresentative il popolo possa esercitare la propria sovranità, cioè per “raccordare”, come dice la Corte Costituzionale[3], democrazia e rappresentanza politica. Il ruolo fondamentale svolto dai partiti nel procedimento elettorale assume quindi natura non solo pubblica ma anche costituzionale perché costituisce la principale modalità di esercizio del ruolo attribuito ai partiti dall’art. 49 Cost.[4].

    Peraltro, proprio in relazione a tali funzioni, i partiti godono di finanziamento pubblico. In tale contesto non appare ultroneo evidenziare che l’Italia ha il primato europeo di paese con i costi più elevati della politica: 295 milioni l’anno contro i 130 della Germania, gli 80 della Spagna, i 75 della Francia e i 4 della Gran Bretagna dove il finanziamento pubblico è riconosciuto solo ai partiti politici d’opposizione.

    E’ di tutta evidenza come l’effettiva possibilità, per i cittadini, di concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale abbia necessità di una serie di garanzie che investono anche vicende interne ai partiti politici. Nell’attuale sistema politico, la selezione dei candidati (e futuri eletti) alle cariche politiche è affidata esclusivamente agli organi di partito, con notevole alterazione dei principi a fondamento del suffragio universale consacrati nell’art. 48 della Costituzione. La democrazia interna ai partiti, nei sistemi elettorali a prevalente contenuto maggioritario, è divenuta, quindi, indispensabile per ristabilire l’effettività della sovranità popolare. L’organizzazione interna dei partiti, infatti, non può essere indifferente nelle relazioni giuridiche, e la giustiziabilità di talune pretese si profila sullo sfondo dell’attività dei partiti.


    In tale contesto ordinamentale in cui l’unico faro normativo è rappresentato dai citati articoli 49 e 51 della Costituzione, gli statuti dei partiti rappresentano l’unica sede in cui verificare l’assetto dei rapporti democratici. E poiché, com’è noto, l’autonomia di cui godono le associazioni non riconosciute non consente un’interferenza esterna o una qualche forma di controllo pubblico, è facile comprendere come l’architettura degli statuti rispecchi la volontà e le sottese strategie della classe dirigente pro-tempore.

    Non sfugge a questa impostazione neanche il partito di Berlusconi, chiamato nei giorni scorsi alla prova del tesseramento. Il neo Segretario Nazionale Angelino Alfano non ha nascosto il suo entusiasmo per avere superato il milione e duecento mila tessere tra aderenti ed associati. Da più parti, più che di preparativi per l’apertura della stagione dei congressi, l’operazione tesseramento è stata vista come una prova di forza per misurare e regolare i rapporti di forza nell’arcipelago delle anime di cui è composto il PDL.

    La diagnosi non sembra del tutto peregrina anche alla luce dei risultati puntualmente sventolati dai vari capi-corrente, ma l’aspetto che ci preme evidenziare in questa sede è un altro e concerne la visione centralista contenuta nello statuto del PDL. Se Stato e partito politico sono due facce della stessa medaglia, non si comprende come possa ancora oggi coesistere un’organizzazione partitica su base centralistica in uno Stato su base federale. Gli articoli 5 e 119 della Costituzione, così come reinterpretati alla luce del nuovo Titolo V°, mirando alla valorizzazione piena e compiuta delle autonomie locali, responsabilizzano le comunità locali ed i loro rappresentanti ai quali viene riconosciuta la titolarità delle scelte politiche e dell’autorganizzazione amministrativa e finanziaria. Di contro, il PDL attraverso il proprio statuto riconosce alla base associativa solamente la possibilità di scegliere i candidati di sindaci e consiglieri di comuni non capoluogo di provincia e delle circoscrizioni comunali. Rimane infatti ben salda in capo ai vertici nazionali e regionali non solo la competenza in ordine alle candidature dei parlamentari europei, nazionali, ma, paradossalmente anche quella per le candidature dei parlamentari regionali, dei sindaci di comune capoluogo, dei presidenti di provincia e, udite udite, anche dei consiglieri provinciali.

    Se questo è lo statuto del PDL e queste sono le competenze riconosciute ai livelli territoriali in ordine alla scelta dei propri rappresentanti, nasce spontanea una domanda alla quale cercheremo di rispondere nel contesto di un auspicabile dibattito che il neo Segretario Alfano promuoverà (?) quanto prima: l’esito di questo tesseramento, di cui molti capi-corrente vanno orgogliosi, rappresenta lo strumento democratico per incentivare il livello di partecipazione del popolo dei moderati anche nella scelta dei propri rappresentanti o, come appare ai più, si configura solamente come uno strumento per sanare le posizioni di chi è già stato incaricato, suo malgrado, di rappresentare le massime istituzioni democratiche senza alcuna legittimazione popolare?  


    [1] Tar Lazio, sez. II, sent. 14/10/2009 n. 9895.

    [2] Corte Cost. Ordinanza n. 79/2006.

    [3] Idem.

    [4] Salvatore Curreri , “Non varcate quella soglia”, 18 aprile 2006 e Armando Mannino, “I partiti politici davanti alla Corte Costituzionale”, 3 maggio 2006 in Forum di Quaderni Costituzionali.

     

    1 responses to “Il tesseramento del PDL vince ma non convince” Icona RSS

    • Caro Presidente, devo riconoscere che la tua esposizione potrebbe risultare più che convincente. Tuttavia, cozza con quanto esternato su un articolo apparso su “La Repubblica” di qualche mese addietro pubblicato dal Presidente emerito della Corte Costituzionale Gustavo Zagrebelsky. Infatti, proprio a proposito del sistema elettorale votato dai partiti (surrogato dei veri partiti di una volta), in quell occasione ebbe modo di dare sfogo alle sue considerazioni affermando e facendo intendere che: grazie al lavoro “certosino” svolto dai partiti che noi votiamo e che poi si votano le leggi in Parlamento, siamo riusciti a sottrarre “La Sovranità” al popolo. Inoltre, con il loro operato, hanno reso incostituzionale, nella sostanza, questo sistema elettorale trincerandosi dietro quella “costituzione materiale” priva di fondamento. Purtroppo, questo è un “particolare” volutamente trascurato dalla gran parte della “classe dirigente” che governa i partiti. Di conseguenza, se nella forma, ciò di cui sopra da te dottamente esposto, appare inconfutabile, di fatto, a mio modesto avviso, pecca nella sostanza.


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