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  • Il reclutamento delle risorse umane nelle società pubbliche

    Pubblicato il marzo 11th, 2009 Max 75 commenti

    di Massimo Greco

     

    La pubblica amministrazione nel D.Lgs n. 165/2001 e nell’ordinamento comunitario

                 Le nuove formule di esercizio di funzioni pubbliche e di gestione di servizi pubblici locali a seguito della privatizzazione della pubblica amministrazione non potevano non generare dubbi in ordine alle modalità di reclutamento del personale dipendente. Apparentemente infatti, se le procedure di assunzione sono chiare per la pubblica amministrazione, stessa cosa non può dirsi per le società pubbliche, cioè per quegli enti la cui natura giuridica è formalmente ancorata alle disposizioni del diritto civile. Secondo quando previsto dall’art. 97, 3° comma, della Costituzione, “Agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso, salvo i casi stabiliti dalla legge. Il principio è stato più volte ribadito dalla Corte Costituzionale secondo cui “Il concorso pubblico – quale meccanismo imparziale di selezione tecnica e neutrale dei più capaci sulla base del criterio del merito – costituisce la forma generale e ordinaria di reclutamento per le pubbliche amministrazioni. Esso è posto a presidio delle esigenze di imparzialità e di efficienza dell’azione amministrativa. Le eccezioni a tale regola consentite dall’art. 97 Cost., purché disposte con legge, debbono rispondere a «peculiari e straordinarie esigenze di interesse pubblico» (sentenza n. 81 del 2006). Altrimenti la deroga si risolverebbe in un privilegio a favore di categorie più o meno ampie di persone (sentenza n. 205 del 2006). Perché sia assicurata la generalità della regola del concorso pubblico disposta dall’art. 97 Cost., l’area delle eccezioni va, pertanto, delimitata in modo rigoroso[1].

    Appare quindi necessario ricordare in questa sede cosa s’intende per <<pubblica amministrazione>>. Un’elencazione esaustiva delle pubbliche amministrazioni nel nostro ordinamento è contenuta nell’art. 1, comma 2, del D.Lgs 30/03/2001 n. 165 recante “Norme generali sull’ordinamento del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche”. Oltre a quelle tipizzate, la norma fa un generico riferimento a “tutti gli enti pubblici non economici”. L’individuazione di questi è riservata all’ordinamento positivo.

     

    Se le pubbliche amministrazioni sono solo quelle citate ed espressamente previste dalla legge sarebbe facile concludere che le società pubbliche, non rientrando nella categoria di pubblica amministrazione, sono escluse dall’assoggettamento al citato art. 97 della Costituzione per il reclutamento del proprio personale. Se invece, neppure la qualificazione operata dalla legge risulta sempre decisiva, si apre una voragine interpretativa che investe i concetti di privatizzazione formale e di privatizzazione sostanziale. Diversi sono infatti i casi di enti espressamente qualificati dalla legge pubblici o privati e diversamente dichiarati dalla giurisprudenza giusto insegnamento della Corte Costituzionale[2]. Emerge quindi, che un ente pubblico è quello che, al di là della definizione normativa, possa comunque essere ritenuto tale, nel senso che le definizioni non vincolano l’interprete, il quale dovrà determinare la natura dell’ente indipendentemente dalla sua denominazione, per cui la stessa qualificazione esplicita è irrilevante se in contrasto con l’effettiva natura[3].

    Nell’ordinamento comunitario il concetto di pubblica amministrazione è più esteso. “A livello comunitario, con il Regolamento CE 2223/96 del Consiglio, in data 25 giugno 1996, relativo al sistema europeo dei conti nazionali e regionali nella comunità 8SEC 95), il Consiglio della Comunità economica europea ha modificato il Sistema Statistico europeo, varando nuove definizioni e regole di calcolo delle grandezze relative alla finanza pubblica denominate SEC 95, ed applicabili in ogni Stato. All’interno del SEC 95, che ha valore normativo primario poiché è stato approvato, come si è detto con un regolamento del Consiglio delle comunità europee, si ritrova una precisa nozione di Amministrazione Pubblica (seppur al limitato fine della disciplina settoriale esaminata), laddove è precisato che sono da considerare Amministrazioni Pubbliche <<tutte le unità istituzionali che agiscono da produttori di beni e servizi non destinati alla vendita, la cui produzione è destinata a consumi collettivi e individuali ed è finanziata in prevalenza da versamenti obbligatori effettuati da unità appartenenti ad altri settori e/o tutte le unità istituzionali la cui funzione principale consiste nella ridistribuzione del reddito e delle ricchezze del paese>>. Deve considerarsi ente pubblico, pertanto, qualsiasi soggetto che indipendentemente dalla forma giuridica assunta utilizzi in prevalenza per lo svolgimento dell’attività per cui è costituito risorse pubbliche, anziché private. Ne consegue che, anche a livello europeo, al fine di individuare la natura di un ente non è rilevante la forma giuridica che viene data al medesimo, ma le risorse che utilizza per lo svolgimento della sua attività”.[4]

    La natura giuridica delle società pubbliche

     

    La tradizionale impostazione di pubblica amministrazione è stata travolta attraverso le così dette privatizzazioni. Con la privatizzazione è infatti accaduto che alcuni servizi pubblici – pur ritenuti essenziali – siano stati affidati a società per azioni le cui quote risultano di pertinenza prevalente, se non esclusiva, di enti pubblici. La giurisprudenza ha così dovuto prendere atto della esistenza di società per azioni che costituiscono <<istituzione pubblica>> affermandone la giurisdizione della Corte dei Conti. “Ed invero, come rilevato dalla Corte Costituzionale nella sentenza n. 466/1993, si assiste ad uno stemperamento della dicotomia tra ente pubblico e società di diritto privato. Tale stemperamento si desume: dal crescente impiego della società per azioni per perseguire finalità di interesse pubblico; dall’adesione comunitaria ad una nozione sostanziale d’impresa pubblica; dall’accertata impossibilità di individuare nelle nuove società per azioni derivate dai precedenti enti pubblici connotazioni proprie della loro originaria natura pubblica. Con particolare riferimento alla nozione di impresa pubblica di matrice comunitaria, occorre precisare che la nozione europea di pubblica amministrazione, cui consegue l’obbligo di applicare la disciplina della evidenza pubblica e i relativi principi comunitari, si fonda su di una nozione sostanziale di organismo di diritto pubblico individuato sulla base di tre parametri tutti necessari: possesso della personalità giuridica; il fine perseguito costituito dal perseguimento di bisogni di interesse generale non aventi carattere industriale o commerciale; la sottoposizione ad un’influenza pubblica dominante[5].

     

    Dunque la qualificazione di un ente come società di capitali non è di per sé sufficiente ad escludere la natura di istituzione pubblica dell’ente stesso, ma si deve procedere ad una valutazione concreta in fatto, caso per caso.[6]Queste circostanze dimostrano che, a differenza di quanto accadeva in passato, venuti meno i vincoli interpretativi ad una concezione <<allargata>> di pubblica amministrazione, quella che oggi risulta favorito non è la soggettività in sé (ossia l’elemento formale), quanto piuttosto la tipologia di attività svolte e la capacità a svolgerle (dunque, l’elemento sostanziale)[7]. “La nozione di <<ente pubblico>> come nozione unitaria (come quella che designa una serie di fattispecie accomunate da una disciplina generale) è frutto dell’elaborazione giurisprudenziale, pur supportata da una produzione dottrinale assai nota[8]. Quindi, l’identificazione in concreto dell’ente pubblico, laddove incerta, deve essere fatta analizzando la disciplina giuridica propria di esso (gli elementi di disciplina certi); ricavando da questi elementi, in base a parametri normativamente predeterminati, l’essere pubblico dell’ente. “In buona sostanza, l’indagine sulla natura di tali società deve essere svolta privilegiando gli aspetti sostanziali rispetto al dato meramente formale costituito dalla configurazione giuridica dell’ente, secondo un modus procedendi che è tipico del diritto comunitario[9]. “In effetti, si è andato consolidando in questi ultimi anni nella giurisprudenza nazionale – in linea con il concetto di impresa pubblica elaborato a livello comunitario, il cui elemento caratterizzante è l’influenza dominante dei pubblici poteri, prescindendo dalla natura formale -, l’orientamento della prevalenza degli aspetti pubblicistici sostanziali sulla forma privatistica ai fini della qualificazione di un soggetto. Si è quindi affermato che una s.p.a. a totale capitale pubblico è privata esclusivamente per la forma giuridica assunta, ma sul piano sostanziale essa, visto che continua ad essere sotto l’influenza pubblica, è assimilabile ad un ente pubblico. Anche la dottrina ha osservato che le società a capitale pubblico, derivanti dalle privatizzazioni dei precedenti enti pubblici, presentano caratteristiche di specialità rispetto al modello tradizionale di società commerciali[10].

    La problematica connessa a tale modello di società nell’epoca delle privatizzazioni pone una serie di interrogativi, con particolare riferimento alla compatibilità della missione pubblica con la causa privatistica, dell’equiparabilità all’ente pubblico, anche con riguardo ai profili di costituzionalità della disciplina e del riparto giurisdizionale delle controversie relative agli atti di gestione.[11]Al riguardo è d’obbligo richiamare due pronunce che rivestono fondamentale importanza nel dibattito nazionale sviluppatosi attorno al tema della configurabilità di enti pubblici a struttura societaria. La prima è quella con cui la Corte Costituzionale (sentenza n. 466 del 28/12/1993) – successivamente alla trasformazione in società per azioni degli enti di gestione delle partecipazioni statali e degli enti pubblici economici per effetto dell’art. 15 del D.L. 11/07/1992, n. 333, convertito nella legge 8/08/1992, n. 359-, ha affermato che persiste l’assoggettamento al controllo della Corte dei Conti delle società in questione finchè le stesse continuano ad essere detenute, in modo esclusivo o maggioritario, dallo Stato…………sì da indurre a riconoscere la loro natura di società di <<diritto speciale>>, tale da legittimare la compatibilità tra il controllo previsto dal citato art. 12 e la disciplina relativa alle <<privatizzazioni>>. L’altro dictum giurisprudenziale volto ad evidenziare come anche in ambito nazionale la veste societaria non costituisca più elemento aprioristicamente ostativo alla connotazione pubblicistica dell’ente, è quello con il quale il Consiglio di Stato (sez. VI, 20/05/1995, n. 498), hanno statuito che, nonostante l’intervenuta privatizzazione formale, i contratti stipulati dalla s.p.a Ferrovie dello Stato sono assoggettati alle procedure dell’evidenza pubblica e le relative controversie appartengono alla giurisdizione del giudice amministrativo: più specificatamente, in tali fattispecie <<l’adozione della forma societaria si presenta come modulo per rendere l’attività economica più efficace e più funzionale, fermo restando che l’impresa mantiene sotto molteplici profili uno spiccato rilievo pubblicistico>>. L’esclusione della riconducibilità del modello societario alla categoria soggettiva in questione sull’assunto della incompatibilità di alcuni elementi tipici dell’organismo societario – tra cui il fine di lucro e la natura economica dell’attività esercitata – e la connotazione pubblicistica che caratterizza, invece, la figura giuridica coniata dal diritto comunitario, non tiene conto dell’evoluzione del dibattito sviluppatosi in ambito nazionale ove vi è spazio per la qualificazione ad enti pubblici, o a connotazione pubblicistica, di soggetti aventi veste societaria. Tanto più che la nozione di organismo di diritto pubblico, com’è noto, si fonda su parametri di gran lunga più sostanziali ed elastici di quelli, sovente di carattere formale, utilizzati dall’ordinamento interno al fine di ricostruire la figura dell’ente pubblico[12].

    Peraltro la giurisprudenza,[13] ritiene che la veste imprenditoriale ed anche l’eventuale caratterizzazione lucrativa di un soggetto non ostano alla qualifica in termini di organismo di diritto pubblico e, quindi, all’equiparazione agli enti pubblici del diritto interno ai fini della natura pubblica dei relativi atti e alla conseguente emersione della giurisdizione amministrativa. Ancor prima, aderendo alla nozione sostanziale di pubblica amministrazione, il Consiglio di Stato, con la decisione n. 498 del 20/05/1995 della VI sez., affermava che in linea di massima “tali società, affidatarie della cura di rilevanti interessi pubblici, conservano inalterata la propria connotazione pubblicistica con la conseguenza che malgrado la trasformazione sono destinate a rimanere pubbliche”. Lo stesso Consiglio di Stato ha altresì affermato che ”…il fenomeno dell’azionariato pubblico e, più in generale, della costituzione di società lucrative da parte della p.a., non si radica esclusivamente nella disciplina di diritto comune, ma presenta aspetti di diritto speciale, connessi al fatto che l’amministrazione, nella sua veste di azionista di una società formalmente di diritto civile, non può che indennizzare le attività societarie a fini di interesse pubblico generale, che fanno assumere alle stesse attività i caratteri della funzione amministrativa e valenza oggettivamente pubblicistica[14]. Ancora, “una società è da considerarsi pubblica quando sussistono regole di organizzazione e funzionamento che, oltre a costituire una consistente alterazione del modello societario tipico (comprendendo una compressione delle autonomie funzionale e statutaria degli organismi societari), rivelino, al tempo stesso, la completa attrazione nell’orbita pubblicistica dell’ente societario[15].

    Illuminante appare anche la sentenza della Cassazione penale secondo cui, “Il momento d’individuazione della natura pubblica di un ente non va ricercato negli scopi da esso perseguiti (dal momento che mentre alcuni enti privati perseguono finalità cui tende lo Stato stesso, come quelle relative all’istruzione e al credito, quest’ultimo, a sua volta, interviene frequentemente in concorrenza con i privati in attività di natura privatistica, come nel campo dell’economia e della produzione), ma nel regime giuridico dello stesso nonché nella sua collocazione istituzionale in seno all’organizzazione statale, come organo ausiliario necessario al raggiungimento di finalità di interesse generale e, in quanto tale, dotato di poteri e prerogative analoghi a quelli dello Stato e assoggettato ad un intenso sistema di controlli pubblici. I caratteri sopra indicati si riscontrano negli automobil clubs provinciali, ai quali pertanto deve riconoscersi la natura di enti pubblici, con la conseguenza che i funzionari di tali enti sono pubblici ufficiali e pubblici sono gli atti da essi posti in essere nell’esercizio delle loro funzioni[16].

    Per una parte della dottrina “Quelle che comunemente vengono chiamate società a partecipazione pubblica non sono una terza specie di enti pubblici: sono invece società per azioni nelle quali azionista, unico, di maggioranza o di minoranza, è l’ente pubblico. Si tratta, cioè, di una species del genus società per azioni (di diritto privato)[17]. Anche la Corte dei Conti si è adeguata da tempo al suddetto indirizzo affermando, a proposito della privatizzazione delle Poste, che al di là della formale connotazione come soggetto di diritto privato le Poste Italiane s.p.a., sono parte integrante della pubblica amministrazione e valgono per essa le argomentazioni valide per gli enti pubblici economici. Più recentemente è stato affermato che “A seguito della diffusione nel settore pubblico del modulo societario, deve ritenersi che il criterio da utilizzare per individuare la natura pubblica o privata di un organismo non è dato dalla forma rivestita (ente o società), bensì dalla caratura pubblica dello scopo perseguito e dalle risorse utilizzate nello svolgimento della sua attività, con la conseguenza che anche in presenza della forma societaria se l’ente utilizza risorse pubbliche è da considerare senz’altro ente pubblico, con effetti sulla finalizzazione dell’attività e sul regime delle responsabilità[18].

    L’intervento del legislatore

    Se così come appare il concetto di pubblica amministrazione è tutt’altro che rigido, uno dei problemi più spinosi da affrontare è quello connesso al reclutamento del personale. La questione è particolarmente controversa e, non a caso, risultano aperti decine di procedimenti penali ed amministrativi volti a sanzionare gli amministratori di società rei di aver promosso assunzioni per chiamata diretta. Gli amministratori di società pubbliche indagati e/o imputati si trincerano dietro l’autonomia imprenditoriale riconosciuta dal Codice Civile. L’accusa argomenta diversamente individuando la natura di ente pubblico alle società pubbliche a privatizzazione solo formale e pertanto la necessità che il reclutamento del personale avvenga con le regole del pubblico concorso.

     

    E’ di questi giorni un pronunciamento del Tribunale di Patti secondo cui Deve ritenersi che l’ATO ME1 s.p.a., sebbene formalmente abbia veste privata, sia nella sostanza un ente pubblico e non possa quindi essere assoggettata a fallimento, ex art. 1, comma 1 L.F..[19]. Tale ordinanza andrà sicuramente in soccorso delle citate indagini avviate da diverse Procure della Repubblica e da diverse Procure della Corte dei Conti in merito alle “assunzioni facili” promosse, ad esempio, dalle società d’ambito che gestiscono la raccolta ed il trattamento dei rifiuti in Sicilia.

     

    L’intervento di alcuni legislatori regionali prima e di quello statale dopo sembra orientato a dipanare la matassa, ma vediamo in quali termini. La Corte Costituzionale è stata investita della questione in occasione della eccezione di costituzionalità sollevata dalla Stato sulla legge della Regione Abruzzo 5 agosto 2004 n. 23. Lo Stato, deduceva l’illegittimità costituzionale dell’art. 7, comma 4 lettera f), della legge regionale in esame, in quanto la stessa, nel prevedere che le società a capitale interamente pubblico, affidatarie del servizio pubblico, sono obbligate al rispetto delle procedure di evidenza pubblica imposte agli enti locali per l’assunzione di personale dipendente, pone a carico di società private obblighi e oneri non previsti per l’instaurazione dei rapporti di lavoro nel settore privato ed invade quindi la competenza esclusiva statale nella materia “ordinamento civile” (art. 117, secondo comma, lettera I, della Costituzione). Per la Corte la questione non risultava fondata in quanto “La disposizione in esame non è volta a porre limitazioni alla capacità di agire delle persone giuridiche private, bensì a dare applicazione al principio di cui all’art. 97 della Costituzione rispetto ad una società che, per essere a capitale interamente pubblico, ancorchè formalmente privata, può essere assimilata, in relazione al regime giuridico, ad enti pubblici. D’altronde, questa Corte, sulla base della distinzione tra privatizzazione formale e privatizzazione sostanziale, e dunque con riferimento al suindicato principio, ha riconosciuto la legittimità della sottoposizione al controllo della Corte dei Conti degli enti pubblici trasformati in società per azioni a capitale totalmente pubblico (sentenza n. 466 del 1993)[20].

     

                E’ seguito il legislatore siciliano che all’art. 45, 2° comma, della L.r.
    n. 2/2007 così sancisce:
    Le società e le autorità d’ambito assumono nuovo personale solo 
    attraverso procedure di evidenza pubblica”.

    E’ poi intervenuto il legislatore statale con il Decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112 (convertito nella legge n. 133/2008)  che all’art. 18 così recita:

    A decorrere dal sessantesimo giorno successivo all’entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto-legge, le società che gestiscono servizi pubblici locali a totale partecipazione pubblica adottano, con propri provvedimenti, criteri e modalità per il reclutamento del personale e per il conferimento degli incarichi nel rispetto dei principi di cui al comma 3 dell’articolo 35 del decreto legislativo n. 165 del 2001.

    2. Le altre società a partecipazione pubblica totale o di controllo adottano, con propri provvedimenti, criteri e modalità per il reclutamento del personale e per il conferimento degli incarichi nel rispetto dei principi, anche di derivazione comunitaria, di trasparenza, pubblicità e imparzialità.

    3. Le disposizioni di cui al presente articolo non si applicano alle società quotate su mercati regolamentati”.

     

    Dal 21 ottobre 2008 quindi, le società interamente pubbliche devono sottostare alle norme pubblicistiche sul reclutamento del personale fissate dall’art. 35 del D.Lgs 165/2001. L’articolo di che trattasi disciplina le procedure di assunzione dei pubblici dipendenti prevedendo un’adeguata pubblicità alla selezione, con la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale. In tale contesto si è pure registrato un parere della Corte dei Conti fornito al Comune di Bari del seguente tenore: “una voluntas legis sempre più indirizzata verso l’adozione di misure di contenimento delle spese delle società a partecipazione pubblica, spesso destinatarie di cospicue risorse pubbliche, e pertanto corrisponde a principi di prudenza e di sana gestione finanziaria evitare l’incrementarsi delle spese per incarichi esterni, delle spese per lavoro flessibile e delle spese del personale delle società totalmente partecipate dall’ente locale, rilevato che tali costi potrebbero finire per gravare direttamente sulla casse comunali”.

     

    Se il legislatore siciliano sembra circoscrivere alle sole società d’ambito l’obbligo del reclutamento con procedure di evidenza pubblica quello statale sembra estendere tale obbligo a tutte le altre tipologie di società a partecipazione pubblica che gestiscono servizi pubblici locali. Ma se si legge attentamente il testo della legge si evidenziano alcune importanti differenziazioni. Infatti, “Le disposizioni sul reclutamento del personale delle società pubbliche, stabilite dall’articolo 18 della legge 133/2008, risulterebbero applicabili solo agli organismi a totale partecipazione pubblica affidatari di servizi pubblici locali privi di rilevanza economica. Il combinato delle due norme fa ritenere che siano esclude dall’applicazione dell’articolo 18, comma 1, le società di servizio pubblico locale a rilevanza economica a totale partecipazione pubblica che possono essere definite in house e tutte le aziende speciali[21]. In pratica il legislatore statale individua un preciso novero di soggetti futuri destinatari dell’obbligo di osservare i principi del D.Lgs n 165/2001, operanti nel solo sistema dei sevizi pubblici locali di rilevanza economica, determinando un diverso contesto attuativo rispetto a quello delineato dal comma 1 dell’articolo 18. “Le società a partecipazione pubblica totalitaria o di controllo che non gestiscono servizi pubblici essenziali (quali, ad esempio, servizi strumentali all’ente) debbono adottare, con propri provvedimenti, modalità e criteri per il conferimento degli incarichi e il reclutamento del personale nel rispetto dei principi di imparzialità, trasparenza e pubblicità. In relazione a questo tipo di società il legislatore non ha indicato alcun termine per l’adozione delle nuove procedure[22]. Questo significa che potranno continuare a seguire i criteri finora utilizzati nell’assunzione di personale fino all’emanazione del regolamento attuativo.

     

    Orbene, il quadro argomentativo fin qui illustrato fa sorgere alcune spontanee domande alle quali dottrina e giurisprudenza dovranno dare delle risposte.

     

    1)      Le assunzioni del personale dipendente fatte dalle società pubbliche con le ordinarie procedure della chiamata diretta prima dell’entrata in vigore delle citate norme sono legittime? Forse sì, se prevale la tesi che l’obbligo della procedura concorsuale nasce solo ed a partire dalla pubblicazione della fonte primaria che ne fa espressamente menzione. Forse no, se prevale la tesi che l’intervento del legislatore ha solo una funzione confermativa dell’orientamento giurisprudenziale prevalente in ordine alla natura giuridica delle società pubbliche.

     

    2)      La distinzione tra “società che gestiscono servizi pubblici locali a totale partecipazione pubblica” e  “le altre società a partecipazione pubblica totale o di controllo” vale anche per le assunzioni fatte prima della pubblicazione della normativa o solo per quelle future?

     

    3)      I dipendenti assunti dalle società pubbliche con procedura ad evidenza pubblica potranno usufruire dell’istituto della mobilità previsto dall’art. 30 del D.Lgs n. 165/2001 in presenza di un contratto individuale del settore privato?

     

    4)      I dipendenti assunti per chiamata diretta prima dell’entrata in vigore delle normative saranno considerati dipendenti di serie B o, acquisito lo status di dipendenti pubblici, non vi potrà più essere alcun tipo di discriminazione?

     

    Massimo Greco 


    [1] Corte Cost., sent. n. 363 del 09/11/2006.

    [2] Corte Cost., sent. n. 396 del 07/04/1988.

    [3] Dauno Trebastoni, “Identificazione degli enti pubblici e relativa disciplina”, Giustizia-Amministrativa.it, 07/05/2007.

    [4] Giuseppe Naimo, “L’incidenza del diritto comunitario sulle nozioni di a) organismo di diritto pubblico; b) impresa pubblica. Gli enti pubblici in forma societaria, DirittodeiServiziPubblici.it, 14/04/2008.

     

    [5] Ferruccio Capalbo, Le privatizzazioni di enti pubblici dopo la legge n. 178/2002, Giust.it n. 9-2002.

    [6] Cass. sez unite civ. sent. 3/05/2005 n. 9096.

    [7] Sgueo Gianluca, Diritto.it, 02/11/2006.

    [8] Cerulli Irelli, “Ente Pubblico: problemi di identificazione e disciplina applicabile, in Cerulli Irelli e Morbidelli (a cura di), Ente pubblico ed enti pubblici, Torino, 1994, 89.

    [9] Maria Teresa Sempreviva, in “I Succedanei dell’Ente Pubblico nell’epoca delle privatizzazioni”, Rivista Trimestrale degli Appalti n. 4/2000, Maggioli Editore.

     

    [10] Ufficio legislativo e legale della Regione Siciliana, Parere n. 353/2005.

    [11] Antonio Catricalà, I Succedanei dell’Ente Pubblico nell’epoca delle privatizzazioni, “Rivista Trimestrale degli Appalti n. 4/2000”, Maggioli Editore.

     

    [12] Maria Teresa Sempreviva, “Le società per la gestione dei servizi pubblici locali”, “Rivista Trimestrale degli Appalti n. 4/2000”, Maggioli Editore.

     

    [13] Cons. St., sez. V°, 1/04/2000, n. 2078; sez. VI, 4/04/2000, n. 1948; sez. VI, 1/04/2000, n. 1885.

    [14] Consiglio di St. sez. II°, 20/06/2001 parere n. 1428/2000.

    [15] Cons. St. sez. VI, n. 1303/2002.

    [16] Cass. Pen. Sez. V°, 14/04/1980, in Cass. Pen, 1981, 1541.

     

    [17] Guido Corso, L’attività amministrativa, Torino, 1999, 156).

     

    [18] Corte dei Conti, sez. controllo Reg. Lombardia, delib. 18/10/2007 n. 46.

     

    [19] Tribunale di Patti, Decreto del 06/03/2009.

    [20] Corte Cost. sent. n. 29 dell’1/02/2006.

     

    [21] Alberto Barbiero, “Fa premio la rilevanza economica”, Il Sole 24Ore, 29/09/2008.

    [22] Eugenio Piscino, “Nuova trasparenza per il personale”, Il Sole 24Ore, 13/10/2008.

     

    24 responses to “Il reclutamento delle risorse umane nelle società pubbliche” Icona RSS

    • Non ho però capito se lei è stato assunto dal Comune o dalla società mista.

    • X Roberto.
      Non ho però capito se lei è stato assunto originariamente dal Comune o dalla società mista.

    • Io sono stato assunto dalla Società mista. Assunzione diretta dopo un periodo di prova.

      Secondo Lei ci sono margini per poter pretendere l’assorbimento? O se lei conosce altre strade per far valere i propri diritti.

      Grazie mille per la disponibilità e la tempestività con la quale mi ha risposto.

    • No, in questo caso è veramente impossibile essere riassorbiti dal Comune che ha deciso di reinternalizzare il servizio. La strada è quella politica e sindacale, poichè si è in presenza di posti di lavoro che, verosimilmente, andranno persi.
      In bocca al lupo.

    • Ho capito!Purtroppo non ci sono vie di uscita. Da cassa integrato posso procedere con qualche azione legale per tutelarmi?Nel senso:

      Secondo Lei è mai possibile che l’Azienda composta da 30 impiegati e 250 tra addetti ai servizi ed Operatori ecologici a seguito della revoca del servizio bollettazione metta in mobilità direttamente gli impiegati di quell’ufficio senza prendere in considerazione tutto il personale in forza. A me non hanno proposto ricollocazione di nessun tipo ma si può fare?

      Io la ringrazio di cuore

    • La gestione dell’eccedenza del personale va gestita unitamente alle organizzazioni sindacali. Esiste giurisprudenza della Cassazione che ha sanzionato comportamenti unilaterali del datore di lavoro che non si è neanche posto il problema della riallocazione del personale in esubero in altre reparti della medesima azienda. Bisognerebbe conoscere la posizione delle Organizzazioni sindacali sull’argomento che, obligatoriamente, sono state chiamate in sede di Ufficio provinciale del lavoro.

    • Tutto molto chiaro.
      Grazie mille

    • Salve, in passato le avevo posto alcuni quesiti circa la sorte del personale dipendente di una Srl a totale partecipazione pubblica – regolamente assunto con forme di evidenza pubblica – in caso di scioglimento della società e, purtroppo, sia lei che altre figure professionali mi avevano fatto intuire che non ci sono opportunità di essere mobilitati nei ranghi comunali. Ora desieravo sapere se alla luce dell’articolo 4, comma 1 della Legge Regionale Sicilia n. 7 dell’11 maggio 2011 (pubblicata sul Supplemento ordinario n. 1 alla Gazzetta Ufficiale della Regione siciliana (p. I) n. 21 del 13 maggio 2011) ci sono delle variazioni in merito. Preciso che purtroppo la nostra società non ha mai gestito servizi comunali ma si occupa della gestione di uno Sportello Imprese per fornire informazioni sugli strumenti di finanza agevolata e sulle varie modalità di accesso al credito oltre che individuare tutti i bandi e gli avvisi che vangono pubblicati a livello nazionale, comunitario e regionale.
      Può consultare la Gazzetta dal seguente link:
      http://www.gurs.regione.sicilia.it/Gazzette/g11-21o1/g11-21o1.pdf

      Tale L.R. richiama alcuni articoli della finanziaria 2008 – la LEGGE 24 Dicembre 2007, n. 244 che può consultare da questo link: http://gazzette.comune.jesi.an.it/2007/300/leggefinanziaria2008.pdf

      Probabilmente spero ancora che tutti quei dipendenti di società partecipate – assunti a tempo indeterminato con forme di evidenza pubblica – che da oltre 10 anni prestano il loro lavoro con professionalità e passione, possano in qualche modo avere un pò di serenità perchè mi fa rabbia quando sento parlare di stabilizzazione di precari che molto probabilmente verranno assunti da Enti pubblici senza aver sostenuto e vinto alcun concorso…e noi non abbiamo nessun diritto!!!

    • No, la L.r. di cui parla si limita solamente ad introdurre nell’ordinamento siciliano quanto già previsto in quello statale. Cioè l’obbligo per gli enti locali di cedere le quote di partecipazione detenute in strutture che erogano servizi in ambiti di competenza non strettamente connesse alle attività istituzionali degli enti affidatari. Registro però un’apertura interessante, e compatibile con il suo auspicio, fatta dalla Corte dei Conti della Lombardia di cui le indico il relativo link:

      http://www.corteconti.it/export/sites/portalecdc/_documenti/controllo/lombardia/pareri/2009/delibera_987_2009.pdf

    • La ringrazio per la tempestiva risposta. Avevo già letto questo parere ma il problema principale è che rimane un semplice “parere” e come tale non penso abbia molto valore. Se un domani dovessero chiudere la ns. società non so quanta importanza possa avere questa sentenza della Corte dei Conti della Lombardia. Penso anche che la legislazione prima o poi dovrà affrontare questo problema perchè l’Italia è piena di società partecipate.

    • Nel 2007 sono stato assunto a tempo indeterminato da una consorzio “pubblico-privato”. Detto consorzio è stato poi acquisito totalmente dal socio pubblico e, a seguito di modifica statutaria, è diventato una società in house – 100% pubblica sottoposta a controllo analogo – a novembre 2007.
      Il mio rapporto di lavoro non è stato mai interrotto e dal gennaio 2008, a seguito di deliberazione di assemblea che disponeva di aderire al CCNL metalmeccanici PMI, il mio contratto è stato ri-stipulato ed adeguato al CCNL di categoria.
      Quale è lo status del mio rapporto di lavoro?
      Sono assimilabile ad un pubblico dipendente?

    • Belle domande…

      1) Il suo contratto di lavoro fa riferimento al CCNL da lei medesimo citato e come tale non è equiparabile al Contratto di lavoro che regola il pubblico impiego. In sostanza pur essendo il suo datore di lavoro un ente sostanzialmente pubblico è pur sempre una s.p.a. di diritto privato che applica, in materia di rapporto di lavoro, il corrispondente CCNL di categoria.

    • Buongiorno, ho lavorato per 3 anni come sanitaria in un ente privato con natura giuridica pubblica (dopo chiamata diretta). Siccome i contratti stipulati non recavano il nominativo della persona in maternita’ da me sostituita, vorrei cortesemente sapere se e’ possibile impugnare il contratto a t. determinato per nullita’, facendo riferimento al diritto privato oppure no. E se non e’ possibile, vorrei sapere se le assunzioni dirette si potevano fare o se si doveva accedere con concorso pubblico. La ringrazio infinitamente.

    • Prima di rispondere ho bisogno di sapere con certezza la natura giuridica dell’ente datore di lavoro. Lei parla di ente privato con natura giuridica pubblica. Trattasi di una s.p.a. pubblica, di una fondazione pubblica o cosa?

    • Salve, mi chiamo Maria e in passato ho scritto qualche post. In sintesi io sono stata assunta da una società (adesso a totale partecipazione pubblica) tramite avviso di selezione del personale per titoli ed esami. Attualmente ho un contratto part-time a tempo indeterminato settore terziario. La nostra società gestisce uno sportello europa ed è a totale servizio dell’amministrazione comunale. Recentemente il Consiglio comunale ha deliberato lo scioglimento della nostra società. Ho letto recentemente che nel “pacchetto D’Alia” è possibile la mobilità del personale delle partecipate. Vorrei capire se la nostra posizione potrebbe rientrare nelle disposizioni del Ministro. Saluti.

    • La mobilità a cui fa riferimento il d.l. n. 101/2013 è realizzabile tra le società e non anche tra queste e la Pubblica Amministrazione controllante. Il suo caso come già evidenziato in passato può trovare uno spiraglio nelle pieghe dei principi statuiti dalla Corte dei Conti in tema di reinternalizzazione del servizio. Le segnalo il parere della Corte dei Conti http://www.corteconti.it/export/sites/portalecdc/_documenti/controllo/lombardia/pareri/2009/delibera_987_2009.pdf e

    • Salve, ogni tanto mi permetto di disturbarla abusando della sua disponibilità… Volevo comunicarle che il Sindaco della ns. Città ha detto che “non vuole prendersi nessuna responsabilità” quindi non vuole neanche provare la strada della mobilità che già per noi sarebbe un grandissimo aiuto. Le chiedo quali sono i requisiti per accedere a tale diritto e se questo passaggio può avvenire presso società partecipate anche di altri organismi pubblici, cioè se possiamo transitare presso società partecipate, ad esempio, di un altro Comune…visto che il nostro ci ha abbandonati… La ringrazio anticipatamente.

    • Se il Comune non vuole saperne nulla è un problema, soprattutto in presenza di un servizio non essenziale. Tuttavia l’ipotesi della mobilità verso altre società a partecipazione pubblica è oggi percorribile proprio a seguito dell’entrata in vigore del d.l. n. 101/2013. Dovreste intraprendere dei percorsi con le organizzazioni sindacali di categoria.

    • E’ sicuramente la strada che intendiamo percorrere! Cercheremo di tutelarci in ogni modo. Anche perchè hanno deliberato lo scioglimento della società…solo x beghe politiche tra opposizione e il Sindaco!!!!

    • Un’altra informazione. Visto che lei è competente della materia, desideravo sapere dove ha lo studio. Saluti.

    • Ho un’altra domanda da farle. Visto che in passato abbiamo gestito un programma di iniziativa comunitaria denominato “Leader”, per il quale abbiamo anche svolto attività di monitoraggio degli interventi “fisico e procedurale”, tramite l’uso del software fornito dalla Regione siciliana, mi chiedevo se possiamo rientrare nella casistica prevista dall’articolo 7, comma 6-quater del D.Lgs 165/2001, attraverso la quale le Amministrazioni Pubbliche possono conferire incarichi individuali.
      Presumo che, qual’ora rientrassimo in questo caso, sia a discrezione dell’Amministrazione decidere di affidarci o meno un incarico.

    • In presenza dei presupposti finanziari (rispetto dei parametri del patto di stabilità ecc…) e amministrativi (esigenze temporanee ed eccezionali, assenza di adeguate figure in dotazione organica) il Comune può avvalersi di professionalità esterne per raggiungere finalità istituzionali utilizzando la norma di cui lei parla. Ovviamente deve essere volontà del Sindaco attivare siffatte tipologie di contratti di collaborazione a progetto. N.B. Attualmente svolgo attività di consulenza a Enna in Via Roma n. 414/416.

    • La mobilità prevista dal Decreto 101/2013 è riservata a personale che gestisce servizi pubblici essenziali? Inoltre, è un diritto che possiamo far valere nostante il Sindaco non vuole sostenerci?

    • Ecco cosa recita l’art. 3 del d.l. n. 102/2013:

      (Misure urgenti in materia di mobilita’ nel pubblico impiego e nelle societa’ partecipate)

      1. Per sopperire alle gravi carenze di personale degli uffici giudiziari, al personale dirigenziale e non dirigenziale delle amministrazioni pubbliche di cui all’articolo 2, comma 1, del decreto-legge 6 luglio 2012, n. 95, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 2012, n. 135, che presentano situazioni di soprannumerarieta’ o di eccedenza rispetto alle loro dotazioni organiche ridotte, e’ consentito, sino al 31 dicembre 2014, il passaggio diretto a domanda presso il Ministero della giustizia per ricoprire i posti vacanti del personale amministrativo operante presso i predetti uffici giudiziari con inquadramento nella qualifica corrispondente. Il passaggio avviene mediante cessione del contratto di lavoro e previa selezione secondo criteri prefissati dallo stesso Ministero della giustizia in apposito bando. Al personale trasferito si applica l’articolo 2, comma 11, lettera d), terzo e quarto periodo del predetto decreto-legge 6 luglio 2012, n. 95.

      2. Le societa’ controllate direttamente o indirettamente dalla medesima pubblica amministrazione di cui all’articolo 1, comma 2, del decreto legislativo n. 165 del 2001, o dai suoi enti strumentali, anche al di fuori delle ipotesi previste dall’articolo 31 del medesimo decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, ad esclusione di quelle emittenti strumenti finanziari quotati nei mercati regolamentati e delle societa’ dalle stesse controllate, possono, sulla base di un accordo tra di esse e senza necessita’ del consenso del lavoratore, realizzare processi di mobilita’ di personale, anche in servizio alla data di entrata in vigore del presente decreto legge, in relazione al proprio fabbisogno e per le finalita’ dei commi 3 e 4, previa informativa alle rappresentanze sindacali operanti presso la societa’ ed alle organizzazioni sindacali firmatarie del contratto collettivo dalla stessa applicato ,in coerenza con il rispettivo ordinamento professionale e senza oneri aggiuntivi per la finanza pubblica. Si applicano i commi primo e terzo dell’articolo 2112 del codice civile. La mobilita’ non puo’ comunque avvenire tra le societa’ di cui al presente comma e le pubbliche amministrazioni.

      3. Gli enti che controllano le societa’ di cui al comma 2 adottano, in relazione ad esigenze di riorganizzazione delle funzioni e dei servizi esternalizzati, nonche’ di razionalizzazione delle spese e di risanamento economico-finanziario secondo appositi piani industriali, atti di indirizzo volti a favorire, prima di avviare nuove procedure di reclutamento di risorse umane da parte delle medesime societa’, l’acquisizione di personale mediante le procedure di mobilita’ di cui al comma 2.

      4. Le societa’ di cui al comma 2 che rilevino eccedenze di personale, in relazione alle esigenze funzionali o ai casi di cui al comma 3, nonche’ nell’ipotesi in cui l’incidenza delle spese di personale e’ pari o superiore al 50 per cento delle spese correnti, inviano un’informativa preventiva alle rappresentanze sindacali operanti presso la societa’ ed alle organizzazioni sindacali firmatarie del contratto collettivo dalla stessa applicato in cui viene individuato il numero, la collocazione aziendale ed i profili professionali del personale in eccedenza. Tali informazioni sono comunicate anche al Dipartimento della funzione pubblica. Le posizioni dichiarate eccedentarie non possono essere ripristinate nella dotazione di personale neanche mediante nuove assunzioni. Si applicano le disposizioni dell’articolo 14, comma 7, del decreto-legge 6 luglio 2012, n. 95, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 2012, n. 135, come modificato dal presente decreto.

      5. Entro dieci giorni dal ricevimento dell’informativa di cui al comma 4, si procede, a cura dell’ente controllante, alla riallocazione totale o parziale del personale in eccedenza nell’ambito della stessa societa’ mediante il ricorso a forme flessibili di gestione del tempo di lavoro, ovvero presso altre societa’ controllate dal medesimo ente con le modalita’ previste dal comma 2. Sentite le organizzazioni sindacali, la ricollocazione e’ consentita anche in societa’ controllate da enti diversi comprese nell’ambito regionale, previo accordo tra gli enti e le medesime societa’, ai sensi del comma 2. Si applica l’articolo 3, comma 19, della legge 28 giugno 2012, n. 92.

      6. Per la gestione delle eccedenze di cui al comma 5 gli enti controllanti e le societa’ del comma 2 possono concludere accordi collettivi con le organizzazioni sindacali comparativamente piu’ rappresentative finalizzati alla realizzazione, ai sensi del comma 2, di forme di trasferimenti in mobilita’ dei dipendenti in esubero presso altre societa’ dello stesso tipo operanti anche al di fuori del territorio regionale ove hanno sede le societa’ interessate da eccedenze di personale.

      7. Al fine di favorire le forme di mobilita’ le societa’ di cui al comma 2 possono farsi carico per un periodo massimo di tre anni di una quota parte non superiore al trenta per cento del trattamento economico del personale interessato dalla mobilita’, nell’ambito delle proprie disponibilita’ di bilancio e senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica. Le somme a tal fine corrisposte dalla societa’ cedente alla societa’ cessionaria non concorrono alla formazione del reddito imponibile ai fini delle imposte sul reddito e dell’imposta regionale sulle attivita’ produttive.


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