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  • Il Partito democratico e l’abuso di democrazia

    Pubblicato il dicembre 6th, 2016 Max Nessun commento

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    di Massimo Greco

    All’interno dei partiti politici italiani, ancora oggi considerate associazioni di diritto privato non riconosciute, nessuno ha mai potuto misurare la qualità di quel “metodo democratico” richiesto dall’art. 49 della Costituzione e, al netto di alcune ipotesi in cui vengono lese posizioni degli iscritti direttamente connesse al diritto politico di elettorato passivo, neanche la magistratura è abilitata a farlo. La giurisdizione rimane saldamente domestica e incardinata negli organi statutari dell’associazione partitica. Ciò su cui, comunque, non si registrano oscillazioni, concerne lo spirito di appartenenza che caratterizza il singolo iscritto che, solennemente, si manifesta attraverso la sottoscrizione sia della vision partitica (ideali, manifesto dei valori, codice etico ed eventuale linea politica) che della mission partitica (tesseramento, campagna di sensibilizzazione, ricerca del consenso, sostegno delle candidature per il governo delle Istituzioni, linee programmatiche, ecc…).

    In tale contesto, ci incuriosisce sapere come si sia collocata la nota azione referendaria a favore del “NO” promossa da autorevoli iscritti del partito democratico (D’Alema, Bersani, Speranza ecc…) nei confronti delle regole di partito. Infatti, in disparte lo spettacolo offerto da tutti coloro che hanno remato contro la linea maggioritaria notoriamente a sostegno dei quesiti referendari costituzionali proposti dal Parlamento, è interessante capire fino a che punto si spinge il maggiore partito italiano nel tollerare comportamenti dei propri iscritti in manifesto contrasto alla linea politica stabilita, ancorchè a maggioranza, dagli organi di partito.

    La lettura di alcune disposizioni dello statuto del PD potrebbe venirci in soccorso.

    Se è vero, e certamente meritorio, quanto previsto dall’art. 1 dello statuto secondo cui “Il Partito Democratico riconosce e rispetta il pluralismo delle opzioni culturali e delle posizioni politiche al suo interno come parte essenziale della sua vita democratica”, è altrettanto vero che l’articolo 2, comma 6, prevede, tra gli altri impegni richiesti, che “tutti gli elettori e le elettrici del Partito Democratico hanno il dovere: a) di favorire l’ampliamento dei consensi verso il partito negli ambienti sociali in cui sono inseriti; b) sostenere lealmente i suoi candidati alle cariche istituzionali ai vari livelli; d) essere coerenti con la dichiarazione sottoscritta al momento della registrazione nell’Albo”. Il comma 7 del medesimo articolo richiede altresì a tutti gli iscritti di “partecipare attivamente alla vita democratica del partito” e di “rispettare lo Statuto, le cui violazioni possono dare luogo alle sanzioni previste”. L’art. 40-bis, comma 1, prevede quindi che “Nessun iscritto al partito può essere sottoposto a procedimento disciplinare per posizioni assunte nell’esercizio dei diritti sanciti dallo Statuto, fermo restando l’obbligo dell’osservanza dei doveri statutari e del rispetto dei diritti degli altri iscritti”. Le Commissioni di garanzia previste dall’art. 40, vigilano sulla corretta applicazione, nonché sul rispetto da parte degli iscritti e degli organi del partito, dello statuto, delle disposizioni emanate sulla base dello stesso, nonché del codice etico, fornendo pareri e chiarimenti sulle loro disposizioni ovvero intervenendo sulle questioni interpretative che possano sorgere.

    Orbene, alla luce dei citati disposti statutari, sarebbe quindi utile sapere se rientra nella normalità del partito democratico tollerare comportamenti come quelli che si sono registrati in questa occasione referendaria, in cui un importantissima decisione assunta dai gruppi parlamentari di Camera e Senato del partito democratico, fatta propria e condivisa dagli organi esecutivo del partito, è stata palesemente ostacolata da numerosi suoi iscritti.

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