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  • I Comuni non possono stabilire autonomamente il costo del servizio per la raccolta dei rifiuti

    Pubblicato il settembre 16th, 2010 Max 1 commento

    di Massimo Greco
    La gestione associata ed integrata dei rifiuti impedisce al singolo Comune di determinare autonomamente il costo del servizio per la raccolta dei rifiuti nel territorio del proprio comune. La Tarsu, o la Tia, infatti devono essere determinate dai rispettivi consigli comunali sulla base di un piano economico e finanziario eleborato dalla società d’ambito. Obiezioni sul costo complessivo del servizio possono essere sollevate nel contesto dell’organo assembleare di cui ogni comune fa parte obbligatoriamente. Corrollario di questo principio è che non è ipotizzabile che alcuni Comuni stabiliscano, attraverso la determinazione delle rispettive entrate (TIA e TARSU) un costo del servizio non conforme a quello deliberato dalla società d’ambito. Nè è ipotizzabile un contenzioso innanzi al Tar da parte di un Comune dissenziente, trattandosi di conflitto interorganico insindacabile dal giudice amministrativo.

    In un simile contesto, i conflitti che si annunciano nei prossimi giorni tra l’ATO e molti Comuni della provincia di Enna non potranno che trovare la loro composizione attraverso la mediazione politica esplicabile all’interno degli organi dell’organizzazione sovraccomunale; fermo restando che alla fine è la maggioranza che decide, e che i provvedimenti dell’organizzazione sovraccomunale – se adottati nel rispetto del procedimento di formazione della volontà degli organi –


    collegiali, ed indenni da vizi di legittimità – risultano vincolanti anche per la minoranza (Tar Latina, 17/02/ 2009, n. 124). Infatti il componente di un organismo collegiale qual’è l’assemblea della società d’ambito è in un rapporto di immedesimazione con l’organo di appartenenza che, nonostante la pluralità dei suoi componenti, costituisce un centro unitario di imputazione degli atti adottati. Le volontà dei singoli Sindaci assumono rilevanza solo nell’ambito dell’iter di formazione della decisione collegiale, ma non sono idonee a differenziare la posizione dei dissenzienti (come pure degli astenuti o degli assenti) una volta che la manifestazione di volontà si sia espressa in forma unitaria secondo il voto della maggioranza. Tant’è che il contrasto tra minoranza e maggioranza non ha natura intersoggettiva e non può perciò trovare la sua soluzione innanzi al giudice amministrativo (TAR CAMPANIA, Sent. n. 17231/2010). Ne consegue che, laddove la normativa vigente conferisca ai consigli comunali il potere di determinare l’importo della TARSU o della TIA, attribuisce nel contempo anche il potere di non approvarle, ma s’intende che la disapprovazione può ammettersi solo in presenza di vizi di legittimità del piano d’ambito o del piano economico-finanziario e non può in alcun caso riferirsi al merito delle decisioni inerenti la gestione del servizio integrato dei rifiuti, essendo questo riservato per legge alla società d’ambito (domani S.R.R.) e agli organi della medesima. Ove, infatti, si consentisse la disapprovazione per ragioni di merito, si attribuirebbe ad ogni organo consiliare il potere di veto sulle determinazioni assunte dall’assemblea dei soci dell’ATO secondo il princpio maggioritario, così dandosi ingresso ad una sorta di parziale cogestione del sistema integrato dei rifiuti che – dato il numero dei Comuni costituenti l’ambito territoriale e la mutevolezza della maggioranze politiche che li governano – renderebbe di fatto impossibile la gestione unitaria e in ambito sovraccomunale della gestione dei rifiuti così vanificando gli obiettivi della legge. 

    Questo non comporta però che i Comuni soci, e soprattutto i contribuenti, debbano accettare supinamente  l’imposizione di una prestazione patrimoniale ingiusta. Infatti le tariffe della TARSU devono essere calibrate, secondo quanto previsto dalla normativa di riferimento, sugli effettivi costi del servizio reso e non rapportate, di fatto, (come del resto traspare dai bilanci della società d’ambito e da quelli del gestore Sicilia-Ambiente) all’esigenza di sopperire agli oneri economici correlati alla marcata e condizionante utilizzazione di personale in esubero; ciò che non appare compatibile con la volontà del legislatore di far gravare sull’utenza gli oneri effettivi del servizio (determinati sulla base di reali e dimostrabili oneri d’impresa, in funzione del servizio concretamente assicurato) e non oneri diversi e, latu sensu, assistenziali, non coerenti con gli ordinari canoni di un equlibrato esercizio d’impresa (e che dovrebbero trovare, quindi, altre fonti di copertura) (Cons. Stato sez. V°, sent. n. 6317/2003).

     

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