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  • Enna tra mafia tradizionale e anarchia istituzionale

    Pubblicato il novembre 17th, 2016 Max Nessun commento

    di Massimo Greco

    Non c’è nulla da interpretare nelle parole del Presidente della Commissione Nazionale Antimafia On. Bindi pronunciate in occasione della conferenza ennese tenutasi in Prefettura. Chiari sono i temi attenzionati, precisi sono gli ambiti economici appetibili alla criminalità organizzata, netti sono i richiami alle responsabilità istituzionali. E su quest’ultima problematica ci piace ritornare visto che la questione non è affatto nuova, almeno per noi. Il tema delle responsabilità istituzionali è infatti quello che riteniamo rappresenti il punto focale di ogni analisi sul rapporto tra Stato e comunità.untitledTra i propri impegni assunti dallo Stato nel “contratto sociale” sottoscritto con la comunità vi è certamente quello di assicurare il rispetto delle regole, soprattutto di quelle che risultano introdotte nell’Ordinamento attraverso i veicoli del diritto positivo (la legge) e del diritto vivente (la giurisprudenza). Per fare ciò lo Stato (democratico) assicura, “a monte”, l’equilibrio costituzionale dei poteri sulla base di una loro netta separazione. Postulato di questi fondamentali principi è che, “a valle”, ognuno deve fare la propria parte.

    A fronte di un sistema legislativo elefantiaco e di un sistema giudiziario non adeguato alla sfida della competitività, è sul potere esecutivo che si registrano i maggiori fenomeni corruttivi. Non è una casualità la legge anticorruzione approvata dal Parlamento nel 2012 e l’istituzione dell’Autorità Nazionale Anti Corruzione presieduta dal Magistrato Cantone. In tale contesto, in cui le politiche pubbliche si muovono al ritmo di “stop and go” e dove il policentrismo esasperato stenta ad essere smantellato, si registrano sacche di “anarchia istituzionale” soprattutto in quei settori dei servizi pubblici locali sottratti alla gestione diretta e tradizionale dei Comuni: acqua e rifiuti.

    In questi settori si è concentrata l’attenzione della Commissione Nazionale Antimafia e non solo per sottolineare l’esigenza di resettare quanto prima il sistema. Ma per puntare il dito sulla laconicità di quegli organi di controllo che, esercitando per competenza istituzionale funzioni amministrative, appartengono al potere esecutivo. Musica per le nostre orecchie che da tempo sosteniamo l’esigenza di non affidare la risoluzione di tutti i problemi pubblici alla Magistratura, chiamata certamente a sanzionare comportamenti personali e infedeli ma inidonea ad orientare comportamenti collettivi e di sistema. E qui entra in gioco la cronica omissione di chi, nell’esercizio di funzioni amministrative alla cui cura è preposto dalla legge, è tenuto a fare e non fa, di chi dovrebbe esercitare funzioni di controllo e vigilanza, di chi dovrebbe, all’occorrenza, fare buon uso dell’istituto delle revoca e dell’annullamento in autotutela per assicurare il ripristino della legalità e la cura concreta degli interessi pubblici. In tale contesto, l’esercizio del potere giudiziario richiesto all’Autorità Giudiziaria alla quale ci si rivolge spesso e non sempre in modo appropriato, non si sostituisce, né potrebbe farlo, al potere esecutivo. E’ all’interno delle medesime Pubbliche Amministrazioni che vanno infatti trovate le soluzioni per assicurare la cura degli interessi pubblici messi a repentaglio, anche – e soprattutto – allorquando i poteri di controllo e vigilanza sono esercitati congiuntamente per l’esercizio associato di funzioni e/o per la gestione integrata di servizi. I problemi maggiori non stanno più nel “controllato” ma nel “controllore” sia esso interno (Sindaci, Segretari, Direttori, Dirigenti di settore, Responsabili anticorruzione, Revisori contabili) sia esso esterno (Organi gerarchicamente sovraordinati, Prefettura ecc..).

    Orbene, la scarsa e dispendiosa gestione integrata dei rifiuti e la paradossale vicenda delle “partite pregresse” del servizio idrico (ancora oggi inserite in fattura nonostante l’acclarata illegittimità affermata in cinque sentenze del Giudice di Pace) rappresentano gli indicatori sintomatici di quella “anarchia istituzionale” oggi avvertita anche dalla Commissione Nazionale Antimafia.

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