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  • Enna, tra la Balata e San Tommaso

    Pubblicato il Nov 18th, 2018 Max Nessun commento

    Enna “a Balata”

    La via Roma, già via dei Cavalieri, chiamata anche Ferdinandea, in onore di Ferdinando II d’Aragona, re di Sicilia, inizia dal piazzale del Castello di Lombardia e si snoda, come ‘un serpentone’, lungo il crinale dell’altopiano.Incrocia piazze, chiese, monasteri e conventi, palazzi storici ed edifici pubblici. Alcuni tratti si caratterizzano ancor oggi con una onomastica di tradizione quali: “à Sciata dè scarpara”, “dè Casiranni”, “à Bbalata”, “dò Passu Signuri…”.
    Un tratto di strada, molto caratteristico, è quello “dà Bbalata a Santumasi”. Esso, fino a qualche decennio fa, era ‘popolato’ da tante botteghe e da una ‘folla’ di artigiani e commercianti, tutti caratteristici personaggi… d’altri tempi.
    Salvatore Presti, nostro stimatissimo collaboratore, ripercorre sul ‘filo della memoria” questo caratteristico tratto di via Roma:
    ””Un catenaccio o una serratura con chiavi a prova di ladro si potevano avere, fatti “su misura”, da don Michele Mignemi, la cui officina di fabbro ferraio, dotata di forgia a soffietto e di sofisticate attrezzature d’epoca, era sita nella prima traversa di Via Roma (via G. Marchese), immediatamente dopo Piazza Balata.
    Chi voleva cambiare “look” con un nuovo abito poteva scegliere tra Lo Giudice, Guglielmaci, Presti, Nicoletti, Ferrante, tutte sartorie i cui “ateliers” si trovavano in quel fazzoletto di strada tra Piazza Balata e la Piazzetta S. Lucia, oggi Piazza Giovanni Bovio.
    Nel periodo a cavallo della seconda guerra mondiale, nel tratto di Via Roma tra la Balata e S. Tommaso vi erano molte botteghe artigiane e commerciali.
    I “personaggi” che svolgevano tali attività sono ancora nei ricordi di chi ha superato una certa età.
    All’imbocco vi era la “Sartoria Lo Giudice”, con laboratorio sito ove oggi vi è il Bar 2000. Dirimpetto, la bottega “dù vardiddraru” del cav. Paolo Mancuso che curava tutto il “vestiario” delle giumente, dei muli e degli asini (selle, bisacce, pennacchi, paraocchi, museruole, ecc.) oltre ad alcuni accessori per il carro agricolo quali la frusta ed il lume a petrolio, d’obbligo per circolare la notte. Caratteristica la bottega “dà cuppulara”, la signorina Ferrante, nel cui laboratorio si trovava una speciale macchina da cucire che serviva per creare i berretti su misura dalle forme più varie.
    Le calzature alla moda si potevano acquistare da Musumeci, Serra, Salerno e Cutrona, fatte anche su misura. I primi due con botteghe dirimpetto alla Sartoria Presti, ora negozio di abbigliamento “PrestiUomo”, gli altri due di fronte la Farmacia Tanteri, quest’ultima in attività dal 1885, sempre nello stesso locale da quattro generazioni.
    Poco più avanti, il bel negozio di gioielleria di Angelo Restivo & Figlio, poi per 50 anni in piena attività con l’insegna “Silver Gold”, la cui facciata, in stile Liberty, fu realizzata nel 1932 dallo scultore ennese Giuseppe Murgano, su disegno attribuito al famoso architetto palermitano Ernesto Basile, che disegnò per Enna il Monumento ai Caduti e l’edificio, poi in gran parte demolito, della centrale elettrica di Via Pergusa (ex Amal).
    Di fronte Restivo l’esposizione di “Mobilia” di Bunuzzu Salamone, da lui creata, realizzata e posta in vendita: “dal produttore al consumatore”.
    Pochi passi ancora ed ecco la Piazzetta S. Lucia nella quale un vecchio artigiano, “u munniddraru”, aveva il suo caratteristico laboratorio dove, con antiche tecniche, venivano realizzati i “munneddra” (recipienti di legno a forma cilindrica usati per misurare i cereali); altri utensili, di cui allora c’era molta richiesta, erano: “criva”, “fasceddri”, “cufina”, “panara” e “panareddra “, tutti prodotti nello stesso laboratorio.
    Nei primissimi anni cinquanta, all’angolo tra la Via Roma e la Piazzetta, apriva “I Millearticoli”, precursore dei grandi magazzini a Enna, il cui titolare era u’ Campubbassisi, al secolo il Giovanni Basile.
    Per i buongustai bastava scendere la scalinata, a sinistra della Piazza, per trovarsi da “u zzè Vicinzu, u vinaluru”. Il suo rivale dal caratteristico nomignolo, “u lampiunaru”, aveva il banco di mescita di vino in una rivendita sita nella traversa dopo la farmacia Tanteri, Via Cap. A. Colaianni, già Via Fra Diavolo. L’osteria più “gettonata” era però quella di Patrinicola sita in Via Mercato, poco distante da Piazza S. Tommaso. La tradizionale buona cucina ennese e il vino bianco o rosso (anche di casa) si apprezzavano nelle citate osterie e in tante altre sparse per tutta Enna. Le loro specialità erano la stigliola, il piede di porco, la lingua di bue, la carne lessa o al sugo, le tante minestre a base di legumi (ceci, fave, lenticchie e fagioli), il brodo con le polpettine di carne ed il famoso “falsomagro”. Questi caratteristici locali ad Enna sono del tutto scomparsi.
    I negozi più “in” erano quello della Castellana, “a villarusana”, per la donna elegante e quello di Giovanni Corona Di Maria per l’uomo di classe, le cui ampie e belle vetrine si potevano ammirare immediatamente dopo la Sartoria Presti. Giovanni Corona Di Maria trasferì la propria attività a Catania in Via Umberto e in quel locale s’insediò la sartoria dei fratelli Cardaci.
    I tessuti, dalle telerie alle sete pregiate, si potevano acquistare da don Vincenzino Fazzi, nell’elegante negozio di Via Roma, con ingresso ed esposizione dirimpetto la Piazzetta S. Lucia.
    Era usanza di tutti “i pannera” che, un attimo prima di tagliare la stoffa, pronunciassero la parola augurale: “ccu saluti”, al che il cliente, con tempestività, rispondeva: mi raccomando a “carizza”, ovvero l’omaggio di qualche centimetro di panno in più.
    C’incamminiamo ora nel tratto di strada tra S. Lucia e S.Tommaso.
    All’angolo tra la Via Roma e “a scalinata dù Carminu” vi era il laboratorio di riparazione biciclette di Antonino Cutroneo (u’ zzè Ninu), originario di Catania, valente corridore ciclista semi-professionista il quale affittava ai ragazzi, ad ore, le sue biciclette per dei giri lungo la stessa Via Roma e dintorni. Suo concorrente, il noto don Peppino “u jimmirutu”, con esercizio “à sciàta dé scarpara” (tratto di Via Roma tra Piazza Municipio e la Chiesa di S. Giuseppe).
    Nel Salone da Barba di Santino Colaianni, dirimpetto Cutroneo, si poteva ascoltare una estemporanea suonata alla chitarra o fermarsi per una partita a carte o a dama.
    Di fronte la Chiesa di S. Teresa vi era la sartoria di Ciccino Polizzotto e l’Agenzia d’Affari di don Peppino Fiorenza dove venivano organizzati viaggi “senza ritorno” per l’Argentina, l’America, l’Australia ecc..
    Poco più avanti la caratteristica merceria del signor Di Cara (“u viscuttaru”) il quale, la sera, dopo aver spento l’unica lampadina della sua bottega, chiusa la porta per recarsi a casa, ritornava più volte sui suoi passi per assicurarsi della effettiva chiusura del robusto catenaccio.
    Quasi di fronte al Genio Civile vi era la nota “privativa” della signorina Clelia, “a tabbacchina”, caratteristica figura di donna prosperosa di mezza età che, data la crisi di tabacco, dovuta al dopoguerra, per gli “affezionati” clienti ne aveva sempre un po’ “sotto banco”; per tutti gli altri avventori, il tabacco era sempre appena terminato. In quegli anni di ristrettezze, di solito le sigarette venivano confezionate manualmente con le “cartine” o con un apposito apparecchio tascabile.
    Quando don Mario Orefice, “u’ quadararu”, fece arrivare a Enna le motorette “Motom” e le motociclette “125” della “Guzzi”, fu un grande avvenimento. I giovani più facoltosi le prendevano in affitto per mezz’ora o al massimo un’ora. Egli svolgeva la sua attività, anche per la “messa a punto” di biciclette e motociclette, in un locale di Vicolo Farina, di fronte la Casa dei Combattenti e Reduci.
    Nei pressi della Piazza S. Tommaso si poteva acquistare la frutta e la verdura nella bottega del signor Pitta la cui mercanzia era tenuta ben in vista, sistemata all’aperto. Mentre serviva i clienti, a gran voce, vantava la bontà della sua merce. Rispondeva, con voce megafonica, un altro bottegaio, suo concorrente, con punto vendita a ridosso della Chiesa delle Anime Sante, nell’antico edificio poi demolito per ampliare la Piazza S.Tommaso, oggi Piazza Francesco Paolo Neglia.
    Infine due personaggi storici di San Tommaso: “Marzuddru” e “Taraddè”, entrambi venditori di generi alimentari con botteghe l’una di fronte all’altra. Il primo specializzato in pasta, conserve, legumi, frutta secca ecc.; il secondo, invece, oltre alle derrate alimentari, aveva un vasto assortimento di formaggi per tutti i gusti: caciocavallo, pecorino, pepato, provolone e piacentino, oltre a salumi vari e mortadella. Il suo formaggio più famoso era quello “stagionato con il verme”.
    Alle rimostranze dei clienti che trovavano tal “padrone”, egli rispondeva che col verme il formaggio era più buono e saporito””.

    (l’articolo qui riprodotto è stato pubblicato nel 2002 e trovasi inserito nel capitolo “Passeggiando nel Tempo” del libro “ENNA, Il filo della memoria” dello stesso autore, ancora disponibile nelle librerie della città ed anche all’Al Kenisa e nell’edicola Monaco di Viale Diaz).

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