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  • Enna. Sanità, così non va

    Pubblicato il gennaio 21st, 2017 Max Nessun commento

    di Paolo di Marco

    Nel settore più una struttura è grande e più assicura eccellenza. Lo dice uno studio di Agenas

    Nei giorni scorsi l’assessore regionale Baldo Gucciardi ha annunciato che il nuovo piano ospedaliero siciliano è pronto. Non prevede tagli e le quattro strutture della provincia, Enna, Piazza Armerina, Nicosia e Leonforte, rimarranno tutte aperte. Grande soddisfazione nel mondo politico per aver mantenuto lo status quo. Il problema sta proprio qua. Il territorio e l’utenza vogliono questo? Il ministero dell’Economia che sul piano alla fine deve mettere cappello e soldi vuole questo? I dubbi sono molti e pesanti allo stesso tempo. Una prima domanda s’impone.Il sistema ospedaliero può reggere quattro strutture distanti un raggio di 40 chilometri sopra un territorio che conta a mala pena circa 175 mila abitanti? Proporre poi strutture che operano sugli stessi servizi, o meglio dovrebbero operare sugli stessi servizi, oggi non ha solo un sapore elettorale? Sono riflessioni che fanno capolino dopo aver sentito le grandi perplessità che esponenti del mondo ospedaliero propongono con immensa preoccupazione. Insomma è perplesso chi opera quotidianamente nel settore. Non pochi, fra di loro, ritengono che la strada intrapresa in provincia sia perdente e neppure nel breve periodo riuscirà ad assicurare qualità nell’assistenza. Valutazioni che partono da un assunto ben preciso, le strutture ospedaliere di piccole dimensioni, se non collegate ad altre di maggior rilievo, rappresentano un elemento di inefficienza organizzativa con dispendio di risorse e con un alto rischio per l’utenza.

    A questo riguardo va citato un interessante studio di Agenas, l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali, che ha messo assieme i dati relativi all’anno 2012 di ben 1200 ospedali italiani. Numeri poi elaborati dalla Wired, azienda di comunicazione e statistica, che dopo aver elaborato gli stessi dati ha disegnato una mappa interattiva per graduare l’efficienza dei nosocomi italiani in base a dei parametri di valutazione ben precisi. Niente pagelle; niente promossi e bocciati ma un’analisi degli indicatori portatori di valenze specifiche. I dati hanno evidenziato un interessante incrocio di riferimenti per alcune patologie a rischio di morte. Ecco alcuni esempi. L’infarto acuto è senz’altro la patologia che produce più vittime con il 10,3% dei pazienti che muore entro i primi 30 giorni. Gli esperti di Wired hanno incrociato quanto in loro possesso ed è emerso che aumentando il numero e la qualità delle prestazioni crolla vertiginosamente la mortalità. Difficile indicare una soglia di interventi che può certificare la sicurezza di un centro. È però certo che gli ospedali con il rischio più alto sono quelli con il minore volume di prestazioni per anno. Un dato fa rabbrividire. Il rischio di mortalità supera il 66%, con 2 pazienti su 3 che muoiono, negli ospedali piccoli, quelli che possono fornire prestazioni inferiore ai 10 casi l’anno.

    Stesso discorso per i malati oncologici. L’analisi conferma che la percentuale dei pazienti deceduti entro i 30 giorni dall’intervento si riduce drasticamente negli ospedali che gestiscono più di 20 casi l’anno. Per dare maggiore concretezza ai dati basti dire che l’indice di mortalità più elevato, 50% di decessi, lo conta l’ospedale Rummò di Benevento che gestisce 8 casi l’anno. Al contrario la migliore performance è del Policlinico Gemelli di Roma che registra una mortalità dello 0,62% e conta oltre un centinaio di interventi l’anno.

    Stessi dati anche per interventi cosiddetti minori quali per esempio la frattura del femore che registra una mortalità media nazionale del 6% circa, si riduce notevolmente nelle strutture che operano di più.

    L’Agenas si è posta quindi una domanda: perché nei piccoli ospedali si muore con più frequenza per lo stesso tipo di patologia? La risposta arriva univoca dalla letteratura scientifica internazionale. Nella chirurgia, ma è così in tutte le altre discipline, c’è una linea d’apprendimento riguardo alla manualità e alle competenze per cui più si lavora più si diventa bravi. Questo principio è poi confortato dal fatto che anche il numero di medici presenti nelle varie unità operative gioca un ruolo determinante. E infine va messo in conto che solo le strutture con alti volumi di attività possono vantare le infrastrutture necessarie per affrontare i vari problemi che si presentano caso per caso. Qualunque paziente va curato immediatamente senza perdere tempo. Per numerose patologie il fattore tempo si coniuga con il fattore vita.

    Lo dice anche il Piano Sanitario Nazionale 2011-2013 che in sanità il piccolo non è bello: gli ospedali minori pagano “una difficoltà oggettiva ad acquisire adeguate caratteristiche di complessità, che permettano di garantire nel tempo il mantenimento ed il perfezionamento delle competenze professionali, con raggiungimento dei livelli di sicurezza richiesti nella erogazione delle prestazioni per minimizzare i rischi per i pazienti ed implementare continuamente la casistica degli stessi operatori”. Questo non vuol dire chiudere i piccoli presidi, vuol dire invece “prevedere lo sviluppo di una duplice integrazione, verso gli ospedali maggiori e verso le funzioni assistenziali distrettuali; occorre inoltre salvaguardare il patrimonio culturale ed imprenditoriale che essi rappresentano per le rispettive comunità locali, delle quali costituiscono anche un’importante risorsa”.

    Insomma è sbagliato mantenere così come sono i presidi minori, bisogna riconvertirli “in ospedali di piccole dimensioni” e trasformare “l’offerta territoriale delle Regioni tenendo conto delle indicazioni programmatorie nazionali”. L’indirizzo del Piano sanitario è chiaro, è necessario attivare il “pieno funzionamento della rete dell’emergenza-urgenza”, sviluppare le “cure domiciliari” e, soprattutto, implementare le “strutture residenziali” particolarmente per la “riabilitazione e per gli anziani non autosufficienti”.

    A tirar le somme nella sanità grande è meglio. E su questo assunto concordano la comunità scientifica e le istituzioni. In provincia di grande non abbiamo niente e l’ospedale di Enna che lo potrebbe diventare continua ad essere mortificato. Ma continuano ad essere mortificate anche le strutture per così dire minori. Tante chirurgie, tante ortopedie, tanti stessi reparti fanno tanti servizi incapaci di eccellere e a volte di curare anche la normalità. Condizioni queste che amplificano i rischi morte o le cattive cure.

    I dati oggi in possesso di chi si occupa con scienza e coscienza di sanità dicono univocamente che il ricorso al Pronto soccorso di un piccolo ospedale offre scarse garanzie in termini di prognosi, soprattutto per le patologie gravi quali infarto, ictus ed altre ancora. Non solo ma è ormai acclarato che la gestione delle patologie, dalle più complesse alle più semplici, migliora nelle strutture con il maggior numero di ricoveri per anno dotate di maggiori discipline scientifiche che interagiscono tra loro.

    Per la verità circa due anni fa, 2015, la direzione generale dell’Asp di Enna, mise su carta una mappa, interessante, modificabile e migliorabile per avviare lo sviluppo di un’offerta sanitaria qualitativamente più elevata. Non era la soluzione al problema, rappresentava una base sulla quale lavorare considerate anche le attuali misuratissime risorse finanziarie disponibili. L’ipotesi si muoveva dalla cancellazione di due Pronto soccorso, Piazza Armerina e Leonforte, con la riconversione di questi due presidi. Il primo in struttura ospedaliera a bassa intensità di cure e il secondo nella riabilitazione. Si badi bene, cancellare un Pronto soccorso non vuol dire cancellare la prima assistenza in un territorio, vuol dire concentrare interventi e prospettive su un’unica struttura per migliorare l’efficienza della risposta. Vuol dire anche consentire un razionale impiego del personale.

    Purtroppo il campanile è stato innalzato a vessillo per la difesa del fortino che poi questo non abbia fucili e munizioni ma solo soldati e generali è un altro discorso. Un dato è pacifico, il treno del cambiamento, piaccia o no, è partito in tutt’Italia da anni e se le strutture della provincia si inseriscono nei percorsi del cambiamento c’è la speranza di ottenere migliore assistenza, in caso contrario il peggio è dietro l’angolo. Le riforme non si fermano, vanno avanti e per chi non ha la capacità d’inserirsi e di gestire il cambiamento c’è l’agonia. Può subire solo le decisioni altrui, come oggi sta avvenendo nel nostro territorio. Attenzione, non è un discorso circoscritto al settore sanità riguarda tutto e tutti. L’impegno isolato a difendere questo o quell’Ufficio non paga, è una battaglia di retroguardia che porterà, prima o poi, alla desertificazione già incombente. Bisogna comprendere bene i grandi progetti nazionali e svilupparli, non subirli, sul territorio provinciale. Oggi mantenere una struttura così com’è, inadeguata, è una vittoria di Pirro che a breve si trasformerà inevitabilmente in una grande sconfitta. Il declino per l’ospedale di Enna è già avviato e continuando di questo passo non si arresterà. A pagarne le conseguenze ogni cittadino della provincia e a breve i riferimenti diventeranno Catania e Palermo, o forse anche altri ospedali con disagi sempre maggiori. La forza di una classe dirigente locale sta nell’immaginare una prospettiva e lavorare su questi percorsi pagando anche lo scotto dell’impopolarità. Sosteneva un grande statista del passato, Alcide De Gasperi, che il politicante guarda alle imminenti elezioni, il politico alle nuove generazioni. La classe dirigente ennese deve quindi misurarsi non tanto nel difendere ciò che ha quanto nel saper proporre percorsi che in prospettiva assicurino sviluppo al territorio.

    Paolo Di Marco

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