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  • Dove sono i bambini?

    Pubblicato il maggio 11th, 2007 Max Nessun commento

    di Carmelo Percipalle
    Abbiamo, finalmente, abolito il limbo. Il luogo dove andavano i bambini morti prima del battesimo e io mi chiedo dove stanno i bambini e cosa significa essere un bambino? Significa essere innocenti, puri, aperti alla gioia di vivere? Ammetto di non sapere dare una risposta a questa domanda ma mi fermo a riflettere quando leggo i giornali e le notizie mi piovono addosso come pioggia lancinante. Leggo, quindi, che un gruppo di sette bambini ( dagli undici ai quattordici anni) hanno violentato una bambina di nove anni a Lampedusa. In un luogo in cui i cosiddetti adulti sembra siano latitanti, troppo occupati, forse, per educare i figli.

    Questi bambini violentatori sono meno bambini di altri? Dove è andata a finire la loro purezza infantile? Da chi hanno imparato? Sarebbe troppo facile pensare che hanno imparato dagli adulti, ma forse non è così, forse gli adulti si sono semplicemente dimenticati di loro e, allora, senza educazione la parte istintuale e selvaggia nascosta dentro ogni essere umano, a volte, prende il sopravvento, specie, quando iniziano a manifestarsi le prime pulsioni sessuali. E’ in questi momenti che la presenza degli adulti dovrebbe essere fondamentale; ma di quali adulti stiamo parlando? Di quelli che fanno prostituire i figli (vedasi episodio di Palermo) o di quelli che violentano a loro volta i bambini vicini di casa o i propri figli e che, a volte indossano abiti talari? O forse parliamo di quegli adulti che costringono orde di bambini a vivere nelle fogne di Mexico City? O di quelli che fanno parte degli squadroni della morte che uccidono i bambini di strada di Rio de Janeiro?

    O forse parliamo di quegli adulti che vendono droghe di qualsiasi genere (legali e illegali) ai ragazzi di ogni età? Forse sarebbe meglio fermarci e riflettere o magari pensare come dice una bella canzone pacifista e, quindi, renderci conto che possiamo fare qualcosa per migliorare il mondo partendo dalla necessità di educare e di educarci ma, probabilmente, educare non significa più solo tirare fuori ( dal latino educere) ma anche, soprattutto, dare e darsi delle regole, accettare la disciplina come criterio di base dell’apprendimento e come metodo per sviluppare consapevolezza e comprensione di ciò che accade dentro di noi e attorno a noi, negli altri e nella nostra società attuale. Sarebbe il caso, allora, di riprendere in considerazione metodi educativi che siano in grado di contenere l’animale che è dentro tutti noi, sia bambini che adulti e riscoprire la purezza e l’innocenza come valori universali, indipendenti dall’età. Le porte del paradiso sono aperte per chi è puro “come” un bambino.

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