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  • Dalle Province Regionali siciliane ai Liberi Consorzi di Comuni

    Pubblicato il marzo 5th, 2013 Max Nessun commento

    di Massimo Greco

    Sull’onda del grillismo, che ha caratterizzato il risultato elettorale per il rinnovo dell’Assemblea Regionale Siciliana prima e del Parlamento Nazionale dopo, il Governatore della Regione Siciliana Crocetta, ospite della trasmissione domenicale pomeridiana di Giletti, annuncia l’approvazione di un disegno di legge che, nel sopprimere le Province Regionali della L.r. n. 9/86, ripristina i Liberi Consorzi di Comuni quali unici enti intermedi previsti dallo statuto siciliano. La notizia potrebbe lasciarci indifferenti se non fosse per le varianti che il disegno di legge contiene. I futuri Liberi Consorzi di Comuni assorbiranno infatti le competenze delle soppresse autorità d’ambito per la gestione integrata delle risorse idriche e dei rifiuti, nonché quelle degli attuali Istituti Case Popolari.

    I Liberi Consorzi di Comuni, aventi una natura consortile, saranno governati da organi di 2° grado, cioè da organi eletti non più direttamente dai cittadini ma dai Comuni consorziati. La questione, per la verità niente affatto nuova per alcuni di noi che da anni si cimentano nel promuovere riflessioni condivise su tali argomenti di ingegneria costituzionale, merita delle brevissime osservazioni.

    Sotto l’aspetto prettamente costituzionale, l’abbandono del modello ibrido di ente intermedio voluto dalla citata L.r. n. 9/86 potrebbe pure starci, soprattutto in un momento come questo in cui gli atti di furbizia istituzionale vengono accolti dall’opinione pubblica come resistenza alla voglia di cambiamento. Basti in questa sede ricordare che attraverso la L.r.n. 9/86, il legislatore siciliano ha inteso dotare gli istituiti Liberi Consorzi di Comuni, semplicemente denominati “Province Regionali”, oltre che di autonomia amministrativa e finanziaria anche di autonomia politica. Con questo escamotage istituzionale, il legislatore ha introdotto nell’ordinamento un ente territoriale di governo al pari dei Comuni, senza però tenere nella doverosa considerazione che lo statuto siciliano prevede un solo livello territoriale di governo per ambito comunale e un ente di natura più semplicemente consortile per ambito sovra comunale. In sostanza, il legislatore della L.r. 9/86, nel dotare i Liberi Consorzi di Comuni anche dell’autonomia politica tipica degli enti territoriali di governo ha operato ultra statutum vulnerandone la fondatezza giuridica e la stessa permanenza nell’ordinamento.

    In tale contesto la scelta di restituire l’ente intermedio siciliano al modello previsto dallo statuto appare formalmente corretta. Rimangono però intatte le numerose, quanto fondate, perplessità sulla funzionalità di siffatto modello di gestione dei servizi pubblici locali, soprattutto dopo l’esperienza devastante delle AA.TT.OO. che nella sola Sicilia hanno prodotto un debito, non ancora estinto, di circa 1 miliardo e 200 milioni di euro.

    Ma l’aspetto più curioso, e nel medesimo tempo paradossale, è contenuto nella previsione di una governance di 2° grado del recuperato Libero Consorzio di Comuni. Infatti, una elezione di 2° grado degli organi di governo si giustifica in presenza di funzioni amministrative blande mantenute dall’ente intermedio come quelle di indirizzo e coordinamento delle attività dei comuni già individuate nella precedente norma programmatica n. 14/2012. Al contrario, l’annunciato potenziamento delle funzioni amministrative proprie dell’area vasta in uno al trasferimento delle citate competenze in materia di rifiuti, risorse idriche ed edilizia sociale, richiede un’elezione degli organi di governo in cui il rapporto tra comunità amministrata ed amministratori non può che mantenersi stretto. Né può essere considerata rilevante la questione del risparmio di spesa derivante dall’assenza delle cariche elettive (Presidente e Consiglieri) per giustificare la messa a repentaglio di regole democratiche sottese al principio autonomistico contenuto nell’art. 5 della Costituzione.

    Orbene, se non può dubitarsi di avere assistito negli ultimi venti anni ad abusi di autonomia politica nella gestione della cosa pubblica, tali da avere generato un policentrismo anarchico, le odierne politiche pubbliche tendenti al contenimento progressivo (rectius: “alla cieca”) della spesa pubblica, accompagnate da forti dosi di politiche emozionali, rischiano seriamente di far diventare la cura peggiore del male. La giusta riduzione dei cosiddetti costi della politica non può comprendere anche la riduzione di fondamentali presìdi di democrazia locale, pena la messa in discussione del “contratto sociale” tra Stato e cittadini

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