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  • Andrea Carusso, calzettaio palermitano, condannato dall’Inquisizione

    Pubblicato il Set 23rd, 2018 Max Nessun commento

    Rosa Casano Del Puglia

    Che il Tribunale dell’Inquisizione non abbia mai condannato al rogo guaritori e stregoni è risaputo, poco si sa invece, come emerge dalle “Relaciones de causas” conservate a Madrid, che spesso gli inquisitori siciliani forzavano a tal punto le cose da trasformare un capo di imputazione per stregoneria in accusa di eresia con conseguente condanna al rogo.

    È questo quel che successe ad Andrea Carusso, un calzettaio di origine messinese, che viveva a Palermo nel vivace quartiere del Papireto. Andrea subì tre processi; nel primo (1626-1634) venne condannato come guaritore superstizioso e venne bandito dal regno di Sicilia. Nel secondo, 1648-1651, venne catturato come superstizioso e fattucchiere, ma condannato come blasfemo al carcere perpetuo. Nel terzo (1651-1652) venne processato prima come eretico e poi come fattucchiere e rilasciato al braccio secolare (alla giustizia civile) per essere bruciato.
    Prima di addentrarci nella tragica storia di Andrea Carusso, è opportuno sottolineare che gli inquisitori siciliani, come guida per gli interrogatori facevano riferimento al “Malleus malefica rum” di Sprenger, secondo cui la magia equivaleva alla stregoneria e questa all’eresia. Su questa questione il pontefice e alcuni inquisitori spagnoli come Frias e B. Rojas la pensavano diversamente sostenendo che i voli di streghe o visioni del diavolo non erano “sperimentabili” e che le prove di eresia dovevano essere cogenti.
    Ancora si fa presente che l’arte della magia dava una posizione di rilievo a chi la esercitava e ad esercitarla erano soprattutto medici, sacerdoti, maestri di grammatica, dottori in legge etc. Inoltre le guarigioni ottenute dai medici non avevano la stessa cassa di risonanza di quelle ottenute dai guaritori, che venivano vissute come qualcosa di miracoloso.
    Andrea Carusso vive a Palermo nel quartiere del Papireto, è un artigiano che produce calze di seta, come secondo mestiere fa il guaritore e per questa ragione ha una posizione di rilievo nell’ambito del vicinato. Il quartiere in cui abita è nuovo e nella corsa a chi controllerà il Papireto arriva prima l’Inquisizione, che si assicura un numero notevole di “familiari” fra i membri delle corporazioni, i professionisti, e gli operai ivi residenti. Andrea non si cura di entrare a far parte dei “familiari”: ha una sua attività, non ha problemi.
    La gente del quartiere spesso si rivolge a lui per guarire qualche malanno e altrettanto spesso Andrea, come erano soliti fare tutti i guaritori, si presenta, anche non chiamato, presso qualche famiglia, quando sa che c’è un problema da risolvere. Di tanto in tanto si allontana dal Papireto, quartiere che tacitamente si era spartito con gli altri colleghi che esercitavano in città, per affari che riguardano o l’acquisto della seta o in cerca di lavoro, così gli capita di esercitare l’arte magica al di fuori della sua zona.
    La posizione privilegiata, di Carusso, un po’ al di sopra dei suoi vicini, lo rende spesso oggetto di invidia e di ostilità. Ma tutto scorre tranquillamente fino a quando Andrea non sarà vissuto dal vicinato come un uomo che pretende di ergersi a giudice del comportamento morale altrui.
    Era successo questo: una vedova, vicina di casa, l’aveva chiamato per chiedergli cosa pensasse di un giovane del quartiere, che frequentava la propria figlia. Andrea aveva sconsigliato quella frequenza in quanto il giovane apparteneva ad una famiglia disonesta. In realtà, il calzettaio non si sbagliava, infatti, dopo qualche giorno, scampò miracolosamente al tentativo di quel giovane di ucciderlo.
    Ma fallita la vendetta, la famiglia diffamata lo denunziò al Santo Uffizio. Scattata la denunzia, l’Inquisitore Tasmiera fece imprigionare Carusso, guaritore superstizioso.
    Quali domande gli inquisitori facevano ai presunti colpevoli?
    In primo luogo chiedevano al prigioniero se sapeva perché era stato imprigionato o se ricordava di aver fatto o detto qualcosa di non conforme all’ortodossia religiosa; gli facevano, in seguito, raccontare le vicende della propria vita ed eventuali incontri con persone di opinioni non ortodosse. Al prigioniero non veniva mai comunicato il capo d’accusa, poteva conoscerlo solo dopo la terza udienza!
    Ai testimoni, l’inquisitore chiedeva cosa avevano da riferire sul presunto colpevole, se questi era in rapporto con altri delinquenti, se gli avevano sentito dire “santo diavolo”, se aveva blasfemato o detto qualcosa di non conforme all’ortodossia cattolica.
    I testimoni che si presentarono al primo processo erano 15, a questi vanno aggiunti altri 3 testimoni compagni di carcere, che accusarono Carusso di blasfemia e di eresia, come erano soliti fare con tutti per tentare di alleviare la loro posizione.
    Poco dopo ha luogo un secondo interrogatorio, ora l’accusa viene formalizzata nei delitti di blasfemia, proposizioni ereticali e imbroglio; l’inquisitore pone in secondo piano le pratiche magiche e superstiziose.
    Il calzettaio accusa i testimoni di mentire, racconta l’affare della vedova, chiama in sua difesa un testimone di un altro quartiere, ma non viene creduto, perde i suoi beni e la sua attività, il 19 dicembre del 1634 è condannato a otto anni di “fuorbando”. il giorno seguente viene frustato per le vie di Palermo e cacciato dalla Sicilia. Si rifugia a Napoli, lì rimane otto anni, vive di espedienti, conosce la miseria e la solitudine.
    A Napoli fa amicizia con un palermitano, condannato al bando. Questi sapendo che Carusso, ormai passati gli otto anni, deve tornare in Sicilia, lo manda dalla moglie a Palermo. Andrea si presenta da questa signora, che abita nel Cortile del Fico, vicino alla chiesa della Magione, è accolto benevolmente, ma di riprendere l’attività di calzettaio non se ne parla, la crisi aveva messo alle corde molte corporazioni artigianali. Non potendo più esercitare il suo mestiere si rimette a fare il “curandero”, il guaritore, ma incorre nuovamente nell’ostilità del vicinato, ci sono pochi soldi in giro, ci si contende il lavoro e inoltre i clienti abituali sono le prostitute, che hanno il denaro per acquistare le fatture amorose e che portano scompiglio nel quartiere e nel cortile del Fico, dove vive Andrea. In più il nostro calzettaio aveva contratto un debito, con un tal mastro Pedro Corrao, per acquistare un cappello e un mantello, ma non era nelle condizioni di estinguerlo, per questo Mastro Pedro si rivolge al pretore che sequestra i due indumenti, e come se non bastasse si rivolge ad un amico, “familiare” del Sant’Uffizio, tale Leonardo Romeo, il quale accusa Adrea Carusso, debitore insolvente, di stregoneria e coinvolge come testimoni vicini e parenti. Nel 1648 si aprirà il secondo processo a carico di Andrea.

    Il 16 dicembre 1648, il fiscale del Sant’Uffizio palermitano L. de Cisneros, a seguito della delazione, avvenuta nella notte del 14 dello stesso mese, da parte di Corrao che già l’aveva accusato nel primo processo, chiama Andrea Carusso allo Steri di Palermo.
    I delatori solitamente si recavano allo Steri sul calar della notte, quando col buio è impossibile distinguere i tratti del volto. L’ostilità tra Corrao, di professione merciaio e Carusso calzettaio, erano dovute a tante questioni. Carusso ritornato da Napoli, aveva trovato alloggio presso la casa di una tale Vincenza La Castelletta meta di prostitute, la qualcosa non era gradita né a Corrao, né al vicinato (allora nessuno, neanche i parenti stretti, erano disposti ad ospitare qualcuno che aveva a che fare con l’Inquisizione). Inoltre Carusso non solo si era rifiutato di vendere la sua fabbrichetta, ormai dismessa, a Corrao, ma in più aveva il controllo del Cortile del fico, prima nelle mani di Corrao. Come già detto, la notte del 14 dicembre 1648 Corrao riferisce a Cisneros che il calzettaio gli aveva mostrato alcune “pietre calamite” utili ad attirare l’amore degli altri. Si trattava dunque solo di un’ accusa di magia, non sufficiente per essere perseguiti; infatti la Suprema Inquisizione di Madrid, alla quale gli inquisitori siciliani erano tenuti ad inviare estratti dei loro interrogatori e dei loro processi, aveva stabilito che per essere perseguiti l’accusa doveva avere i caratteri dell’eresia e che era proibito torturare o bruciare i rei di superstizione, magia, stregoneria.
    Cosa sia successo dopo la delazione di Corrao non si sa. Un accordo tra Corrao e Cisneros?
    Potrebbe darsi, visto che dopo due giorni spuntano fuori nei verbali due accuse che Corrao non aveva mosso. Saranno state suggerite da L. Cisneros? Le accuse riguardano due frasi che Carusso avrebbe pronunziato: “La Chiesa più importante del mondo è Santa Maria la Botte”cioè la taverna e che “avrebbe confessato i suoi peccati al confessore, qualora questi gli avesse confessato i suoi”.
    Queste frasi erano un intercalare popolare, ma se ci si costruisce un po’ sopra si arriva dove si vuole: infatti se non esiste l’inferno non esiste l’aldilà. L’accusa è diventata ora pesantissima. Vengono chiamati a consulto i “Maestri qualificatori”, cioè cinque dottori in teologia: questi affermano che trattasi di “proposizioni eretiche”.
    Qualche giorno dopo un’altra accusa, di cui non c’è traccia nella deposizione di Corrao, piove su Carusso: “Ha venduto polizze di pergamena con scongiuri”. Il problema ora sta nel trovare i testimoni che siano disposti a suffragarle. Vengono trovati subito: una è Leonarda, moglie di Corrao, donna gelosa che mal sopportava che il Cortile del fico fosse frequentato dalle prostitute; le altre due sono Margherita Palumbo e Vicencia Landolina, queste affermano che Andrea avrebbe venduto loro due polizze di pergamena. Andrea viene catturato, nelle sue tasche si trovano due polizze di pergamena, è strano che un uomo sapendo di essere ricercato per magia, si faccia trovare con quelle polizze in tasca.
    Andrea per difendersi chiama in sua difesa degli amici, dalle testimonianze di questi risulta che quanto più i testimoni vivono lontano dal Cortile del fico, tanto più le loro testimonianze sono benevoli nei confronti di Andrea. Intanto l’odio di Corrao per Carusso è diventato di dominio pubblico; a questo punto dopo la cattura se le testimonianze presentano una minima contraddizione tra loro e con quanto afferma il presunto reo, si somministra la tortura: lì o il reo confessa o deve essere scarcerato. Il 23 marzo si vota perché Andrea venga sottoposto alla tortura come “eretico”. per magia non lo si poteva torturare, disposizione della Suprema di Madrid. Si decide che prenda “cento frustate e sia rinchiuso perpetuamente in carcere”. La pena è durissima, stupisce la dicotomia tra delitto e pena, la severità della pena è attribuita alle espressioni eretiche (Madonna botte etc.), mentre la motivazione della sentenza indica Carusso come superstizioso, eretico, sortilego, invocatore de demonos.
    Il 7 novembre 1649, nella Chiesa di Santa Cita dell’ordine delle Domenicane si celebra un autodafé, in cui compare Carusso, l’8 novembre il reo esce per l’ultima volta per le vie della città, è frustato e poi rinchiuso in carcere. Mastro Pedro Corrao si è liberato del suo nemico e forse rileverà anche la fabbrichetta del calzettaio che è stata messa in vendita dal Sant’Uffizio.

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