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  • “La città di Enna ha bisogno di un Sindaco……parliamone”

    Pubblicato il febbraio 4th, 2010 Max 1 commento

    di Libero
    Il Pensatoio delle libertà promuove un incontro-dibattito sul tema esteso a tutti i cittadini ennesi che hanno a cuore le sorti del capoluogo ennese.

    L’evento si svolgerà venerdì 5 febbraio nell’auditorium del Liceo Linguistico di Enna ed avrà inizio alle ore 17, 30.

     

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    • In Europa cresce il movimento che rivendica la città come bene comune. Che cosa significa questa espressione? Interroghiamoci sulle tre parole che la compongono.

      Città. Nell’esperienza europea la città non è semplicemente un aggregato di case. La città è un sistema nel quale le abitazioni, i luoghi destinati alla vita e alle attività comuni [le scuole e le chiese, le piazze e i parchi, gli ospedali e i mercati ecc.] e le altre sedi delle attività lavorative [le fabbriche, gli uffici] sono integrate tra loro e servite nel loro insieme da una rete di infrastrutture che mettono in comunicazione le diverse parti tra loro e le alimentano di acqua, energia, gas. La città à la casa di una comunità.

      Essenziale perché un insediamento sia una città è che esso sia l’espressione fisica e l’organizzazione spaziale di una società, cioè di un insieme di famiglie legate tra loro da vincoli di comune identità, reciproca solidarietà, regole condivise.

      Bene. La città è un bene, non è una merce. La distinzione tra questi due termini è essenziale per sopravvivere nella moderna società capitalistica. Bene e merce sono due modi diversi per vedere e vivere gli stessi oggetti. Un bene è qualcosa che ha valore di per sé, per l’uso che ne fanno, o ne possono fare, le persone che lo utilizzano. Un bene è qualcosa che mi aiuta a soddisfare i bisogni elementari [nutrirmi, dissetarmi, coprirmi, curarmi], quelli della conoscenza [apprendere, informarmi e informare, comunicare], quelli dell’affetto e del piacere [l’amicizia, la solidarietà, l’amore, il godimento estetico].

      Una merce è qualcosa che ha valore solo in quando posso scambiarla con la moneta. Una merce è qualcosa che non ha valore in se, ma solo per ciò che può aggiungere alla mia ricchezza materiale, al mio potere sugli altri. Una merce è qualcosa che io posso distruggere per formarne un’altra che ha un valore economico maggiore: posso distruggere un bel paesaggio per scavare una miniera, posso degradare un uomo per farne uno schiavo.

      Comune. Comune non vuol dire pubblico, anche se spesso è utile che lo diventi. Comune vuol dire che appartiene a più persone unite da vincoli volontari di identità e solidarietà. Vuol dire che soddisfa un bisogno che i singoli non possono soddisfare senza unirsi agli altri e senza condividere un progetto e una gestione del bene comune. Nell’esperienza europea ogni persona appartiene a più comunità. Alla comunità locale, che è quella dove è nato e cresciuto, dove abita e lavora, dove abitano i suoi parenti e le persone che vede ogni giorno, dove sono collocati i servizi che adopera ogni giorno. Appartiene alla comunità del villaggio, del paese, del quartiere. Ma ogni persona appartiene anche a comunità più vaste, che condividono la sua storia, la sua lingua, le sue abitudini e tradizioni, i suoi cibi e le sue bevande. Io sono ennese, ma sono anche italiano ed europeo.

      Appartenere a una comunità mi rende responsabile di quello che in quella comunità avviene. Lotterò con tutte le mie forze è perchè in nessuna delle comunità cui appartengo prevalgano la sopraffazione, la disuguaglianza, il razzismo, e perché in tutte prevalga il benessere materiale e morale, la solidarietà, la gioia di tutti. Appartenere a una comunità mi rende consapevole della mia identità, dell’essere la mia identità diversa da quella degli altri, e mi fa sentire la mia identità come una ricchezza di tutti.

      Nella città della tradizione europea sono sempre stati importanti gli spazi pubblici. Dalla città greca alla città romana fino alla città del medioevo e del rinascimento decisivo è stato il ruolo delle piazze: le piazze come il luogo dell’incontro tra le persone, ma anche come lo spazio sul quale affacciavano gli edifici principali, gli edifici destinati allo svolgimento delle funzioni comuni [il mercato, il tribunale, la chiesa e il palazzo del governo cittadino]. Nelle piazze i membri delle singole famiglie diventavano cittadini, membri di una comunità. Lì celebravano i loro riti religiosi, si incontravano e scambiavano informazioni e sentimenti, cercavano e offrivano lavoro, accorrevano quando c’era un evento importante per la città: un giudizio, un allarme, una festa.

      Dove la città era grande e importante, invece di un’unica piazza c’era un sistema di piazze: più piazze vicine, collegate dal disegno urbano, ciascuna dedicata a una specifica funzione: la piazza del mercato, la piazza dei signori, la piazza del duomo. Dove la città era organizzata in quartieri ogni quartiere aveva la sua piazza, ma erano tutti satelliti della pazza più grande, della piazza cittadine. Le piazze e le strade che le connettevano costituivano l’ossatura della città. Le abitazioni e le botteghe ne costituivano il tessuto. Una città senza le sue piazze era inconcepibile come un corpo umano senza scheletro.

      Nei secoli appena passati sono accaduti eventi che hanno indebolito il carattere collettivo della città. Hanno prevalso concezioni dell’uomo, dell’economia, della società che hanno condotto al primato dell’individuo sulla comunità. Il suolo su cui la città era fondata era considerato patrimonio della collettività in molte regioni europee; nel XIXesimo secolo, con il trionfo della borghesia capitalistica, è stato privatizzato. La speculazione sui terreni urbani ha portato a costruire sempre più edifici da vendere come abitazioni o come uffici, invece che servizi per tutta la cittadinanza, e a destinare sempre meno spazi agli usi collettivi. Devastante è stata l’espansione della motorizzazione privata nelle aree densamente popolate, dove sarebbe stato molto preferibile adoperare mezzi di trasporto collettivi. Le automobili hanno cacciato i cittadini dalle piazze e dai marciapiedi.

      Il bisogno dei cittadini di disporre di spazi comuni è stato utilizzato per aumentare il consumo di merci. Le aziende produttrici di merci sempre più opulente e meno utili hanno costruito degli spazi comuni artificiali: dei mall o degli outlet centers o altre forme di creazione di spazi chiusi: piazze e mercati finti, privatamente gestiti, frequentati da moltitudini di persone che, più che cittadini [quindi persone consapevoli della loro dignità e dei loro diritti] sono considerati clienti [quindi persone dotate di un buon portafoglio].

      Negli ultimi anni in molte città europee i fenomeni di degrado degli spazi comuni sono stati contrastati realizzando ampie zone pedonali, limitando il traffico automobilistico nelle città, sviluppando il trasporto collettivo, le piste ciclabili, i percorsi pedonali. Dove ciò non è accaduto la vita è diventata molto difficile soprattutto per bambini e anziani.E questo è il caso di Enna.

      In tutte le città d’Europa sono nati movimenti e comitati che rivendicano una maggiore quantità e qualità di spazi comuni per rendere la città vivibile. Anche negli Stati uniti si sono manifestate tendenze culturali e sociali per contrastare le conseguenze degli eccessi dell’individualismo. Da questo insieme di esperienze nascono proposte interessanti sui requisiti che devono caratterizzate spazi pubblici vivibili.
      La progettazione architettonica e urbanistica sono necessarie per realizzare dei buoni spazi pubblici, piacevoli e utili. Ma la città e i suoi spazi non sono fatti solo di pietre e altri materiali inanimati: sono fatti soprattutto dalle relazioni che si stabiliscono tra le persone e gli spazi.
      E da noi ancora si parla di approvare il P.R.G.molti spazi pubblici sono in dissesto totale e in questi 5 anni di governo non abbiamo visto nessun miglioramento se non alcune cose solo per i pochi amici mi auguro che il nuovo amministratore di questa città sia in grado di andare contro tutto e tutti
      nella speranza di riportare questa città allo
      speldore di una volta.


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